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Per raggiungere gli obiettivi fissati dal Millennium Round sul commercio mondiale sarà necessario ” “raddoppiare ” “gli aiuti ai Paesi ” “in via di sviluppo” “” “” “
Uno sforzo più consistente dell’Unione europea per finanziare lo sviluppo dei Paesi meno avanzati: è quanto è emerso dalla conferenza delle Nazioni Unite sul finanziamento dello sviluppo, svoltasi a Monterrey (Messico) dal 18 al 22 marzo scorso (cfr. servizio pag. successiva). Per fare il punto sulla politica dell’Unione europea per lo sviluppo, dopo la conferenza di Monterrey, abbiamo intervistato Atanasios Theodorakis , direttore generale aggiunto della DG Sviluppo della Commissione europea.
Qual è l’attuale politica comunitaria per l’aiuto allo sviluppo?
“La politica comunitaria per lo sviluppo rappresenta per l’Unione una priorità, dal momento che l’aiuto allo sviluppo, assieme al commercio e alle relazioni politiche, costituiscono i tre pilastri delle relazioni esterne dell’Unione. La Comunità intrattiene oggi relazioni con tutti i Paesi in via di sviluppo (Pvs), con un bilancio di 10 miliardi di euro annui. Già dal 2001 abbiamo stabilito le priorità assieme agli stessi Paesi poveri: vogliamo essere presenti nei settori delle infrastrutture, delle riforme democratiche, dell’economia”.
In cosa consistono, concretamente, gli interventi dell’Ue a favore dei Paesi più poveri?
“Gli attuali interventi comunitari per lo sviluppo sono di due tipi: il primo è il classico approccio progetto per progetto, il secondo invece è rappresentato dagli aiuti ‘macroeconomici’ di bilancio. L’attuale tendenza spinge verso un incremento del sostegno al bilancio dei Paesi poveri per evitare quanto più possibile ritardi, sprechi e complicazioni tecniche. Se si vogliono ottenere i risultati e l’impatto desiderati, gli aiuti devono essere mirati ed i fondi orientati, senza per questo voler minimizzare l’importanza dei contesti, come ad esempio l’esclusione sociale, le malattie infettive e la marginalizzazione del commercio in Africa. Oggi l’Ue attende la ratifica dell’Accordo di Cotonou sulla lotta contro la povertà che prevede strumenti appositi per orientare gli aiuti affinché ogni Pvs possa praticare una propria politica di sviluppo”.
Come giudica le conclusioni della conferenza di Monterrey?
“Non sono d’accordo con chi ha dato una lettura tutta negativa degli esiti della conferenza. Monterrey ha prodotto un ‘consensus’ che chiarisce le priorità internazionali e incorpora nello spirito e nella pratica i principi delle passate conferenze internazionali sulla povertà. Finalmente si mette l’accento sulla responsabilità dei Paesi poveri per quanto riguarda la buona ‘ governance’ al loro interno. Certo, è indubbio che per raggiungere gli obiettivi fissati dal Millennium Round sul commercio mondiale per il 2015 sarà necessario raddoppiare gli aiuti. Sappiamo bene, però, che ciò che conta è l’impegno di giungere nel 2015 allo 0.7% del Prodotto interno lordo attraverso la tappa intermedia dello 0.39% nel 2006.
Qual è la posizione dell’Unione rispetto al problema del debito estero dei Paesi più poveri?
“A livello teorico, il dibattito è molto acceso. A livello pratico, l’Unione contribuisce alla riduzione del debito con un miliardo di euro. Ma non basta. Monterrey ha chiesto uno sforzo per il buongoverno locale nei Paesi in via di sviluppo. La democratizzazione locale è una necessità assoluta e a Monterrey è stata chiamata in causa la responsabilità propria dei governi dei Paesi poveri. Anche per quanto riguarda il debito bisogna continuare gli sforzi ma occorre soddisfare tre condizioni: l’aumento dell’aiuto pubblico allo sviluppo, che oggi ammonta a circa 53 miliardi di dollari, nulla in confronto ai flussi economici mondiali; una collaborazione pubblico/privato con l’aumento degli investimenti diretti esteri; l’apertura commerciale ai Paesi poveri, per la quale ricordo la priorità sancita dell’Ue: tutto tranne le armi”.