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Europeisti da sempre” “

” “La tradizione monastica ci chiama a percorrere con coraggio la via ” “dell’unità europea nel rispetto delle singole identità” “

“L’Europa è nata dalla croce, dal libro e dall’aratro”: l’immagine di Paolo VI allude al grande contributo offerto dalla vita monastica benedettina alla formazione del vecchio continente. Che cosa può dire oggi il monachesimo di fronte alle sfide che attendono l’Europa, tra cammino di riunificazione e sgretolamento dei riferimenti culturali, etici e spirituali dell’uomo? Lo abbiamo chiesto al monaco della comunità di Bose, Adalberto Mainardi, e al benedettino Michel Van Parys, del monastero di Chevetogne (Belgio), intervenuti al congresso internazionale su “Testi e temi nella tradizione del monachesimo cristiano” che si è svolto nei giorni scorsi a Roma.

Unità nella diversità. “Nelle coordinate ridisegnate dalla globalizzazione – spiega a SirEuropa Adalberto Mainardi – l’Occidente tende ad essere percepito come il modello unico per l’umanità del nuovo millennio e ciò costituisce un rischio e un grave limite per un’autentica riunificazione del continente”. “Il monachesimo, per sua natura, è l’incrocio di diverse civiltà: San Benedetto si è formato attraverso la lettura dei Padri d’Oriente, in particolare Basilio e Pacomio, e ha saputo coniugare tradizione orientale e romanità alla luce del Vangelo cui va ad aggiungersi, fin dalle origini, l’apporto del monachesimo egiziano”. “Proprio per questa sua capacità di incontro e comunione – prosegue Mainardi – il monachesimo può suggerire all’Europa un modello di unità diverso da quello univoco dell’Occidente: quello di ‘un’unità plurale’, di una diversità riconciliata che non deve essere desiderio di uniformità né, tantomeno, di voracità spirituale e culturale prevaricatrice dell’altro ma dilatazione del respiro e delle prospettive”. “Testimonianze di comunità multietniche ed ecumeniche come Taizé in Francia, San Macario in Egitto, e la stessa Bose dove vivono cattolici, riformati e un metropolita del patriarcato ecumenico sono, a mio avviso, un atto profetico che può aiutare tutte le Chiese a gesti coraggiosi sulla via dell’unità ma – è la ferma convinzione di Mainardi – costituiscono anche un richiamo della coscienza contro certe forme di nazionalismo esasperato e di xenofobia, che come una subdola tentazione, stanno percorrendo alla base la nuova Europa”.

Una nuova sensibilità. “Nella società civile, come nella vita monastica, è più facile costruire la casa che farci vivere le persone in armonia”. Ad affermarlo è Michel Van Parys, secondo il quale “il contributo che i monaci e le Chiese possono offrire all’Europa è rammentare sempre che non vi possono essere pace e prosperità senza la valorizzazione della dimensione spirituale dell’uomo. Perciò occorre che le diverse tradizioni religiose e le Chiese trovino uno loro spazio a livello istituzionale nella costruzione della nuova ‘casa comune'”. Il motto benedettino ‘Ora et labora’, “con la priorità dello spirituale sul materiale, vuole indicare ancora oggi, di fronte al modello imperante dell’efficientismo, la dimensione contemplativa della vita. Lo ‘spendere’ il proprio tempo per l’Altro nella preghiera vuole anche dire l’importanza di ‘esserci’, con gratuità, per gli altri”. Van Parys è stato abate per ventisei anni nel monastero di Chevetogne dove vivono trentadue monaci di undici diverse nazionalità e dove vengono ospitati per brevi periodi monaci ortodossi. A suo avviso è soprattutto l’atteggiamento culturale dell’Occidente a dover mutare: “E’ ancora molto scarsa la conoscenza che l’Occidente ha della cultura, della spiritualità e delle tradizioni dell’Europa orientale”. Un Occidente che “non fa grandi sforzi in questo senso e tende spesso ad assumere un atteggiamento ‘autoreferenziale’ oppure a promuovere iniziative unilaterali che suscitano diffidenza agli occhi dell’Europa dell’Est, timorosa di perdere la propria identità”. Per una riunificazione armoniosa che non sia soltanto economica e politica occorre “una maggiore sensibilità da parte dell’Occidente, un approccio più rispettoso che faccia superare a Oriente il timore di cadere vittime di una sorta di ‘imperialismo’ spirituale, culturale, ed economico”, conclude padre Van Parys.
Giovanna Pasqualin Traversa