” “Quotidiani e periodici” “


La questione mediorientale continua a trovare ampio spazio tra i principali quotidiani internazionali, impegnati soprattutto ad interrogarsi sulle reali prospettive di pace in Terra Santa e sui possibili esiti di una conferenza internazionale di pace. L’amministrazione Bush, si legge sull’Herald Tribune (3/6), “continua a ritardare e ad essere incerta sulla sua strategia, piuttosto che cogliere un fragile momento di opportunità (…). E così, retrocedendo e dilazionando il suo proposito di una conferenza regionale, procede con ‘micro-missioni’ tese più a gestire che a risolvere il conflitto. Come l’amministrazione dovrebbe aver imparato all’inizio di quest’anno, una tale timidezza provoca soltanto disastri”. Gli Stati Uniti, è il parere del quotidiano americano, dovrebbero invece “trovare il modo di impegnarsi per una soluzione che coinvolga i due Stati e che si basi ampiamente sugli accordi dello scorso anno, accompagnati nello stesso tempo da un processo che inizi con le riforme e le elezioni palestinesi e che garantisca una nuova sicurezza”. Il processo di pace, si legge ancora nel commento dell’Herald Tribune, richiede anche che Bush induca Sharon “a retrocedere dal suo rifiuto perfino a contemplare l’eventualità di un accordo finale o di discutere proposte come la sovranità palestinese o l’abbandono degli insediamenti ebraici”.
Per porre fine al conflitto israelo-palestinese, la soluzione militare è “insufficiente”: parola di Bernard-Henry Lévy, che su Le Monde del 4/6 suggerisce agli israeliani “la soluzione della pace. La soluzione di coloro che, malgrado il fiume di sangue che li separa, ogni giorno un po’ di più, dai loro interlocutori palestinesi, sono pronti a ricominciare tutto, a ripartire in qualche modo da zero e a riprendere il cammino di pellegrini della negoziazione, del dialogo, del riavvicinamento a piccoli passi”.

Un vasto dibattito sul risorgente antisemitismo occupa la stampa tedesca di questi giorni. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ) del 4/6, Michael Hanfeld riferisce di uno studio presentato dalla sede di Berlino dell’American Jewish Committee (Comitato Ebraico Americano), che accusa la stampa tedesca di antisemitismo sulla base di un’analisi degli articoli su Israele di diverse testate. Tuttavia la stessa “parzialità addebitata ai commentatori “, sostiene Hanfeld, “anima gli autori dello studio. Nessuno dei corrispondenti e commentatori citati sfugge alla loro critica distruttiva”. Riguardo alle accuse di antisemitismo mosse a Jürgen Möllemann, vice presidente del partito liberal-democratico tedesco FDP per una recente dichiarazione sugli eventi in Israele, Ulrich Raulff sulla Süddeutsche Zeitung del 3/6 osserva: “Ci sono limiti alla discussione” sull’antisemitismo, rispettarli è “una questione di morale individuale. Tuttavia è un errore”, prosegue, “credere a chi dice che è utile e buono parlare di tutto. La ‘importante discussione’ sull’antisemitismo”, conclude Raulff, “è la bugia di chi vuole far circolare qualcosa di indecente”.
Lo Spiegel del 3/6 dedica all’antisemitismo la copertina e lo speciale “Messa in scena del superamento di un tabù”. In particolare ci si interroga se si possa ipotizzare “un caso di classico antisemitismo”, oppure è “solo il tentativo di suscitare pregiudizi a livello subliminale”. Uri Avnery scrive: “I tedeschi possono criticare Israele? E perché no? L’orrore perpetrato sessant’anni fa dai tedeschi nei confronti degli ebrei non ha niente a che fare con l’attuale politica israeliana”. “Nessuno al mondo deve scegliere tra Israele e Palestina”, aggiunge l’autore. “Si può e si deve essere a favore di entrambi”. “L’antisemitismo – conclude – è nemico degli ebrei ed è nemico anche degli arabi”. “Il persecutore perseguitato” di Elke Schmitter è dedicato all’accusa di antisemitismo allo scrittore Martin Walser, che nell’ultimo romanzo “fantastica di uccidere un critico, facilmente riconoscibile nella persona di Marcel Reich-Ranicki”, facendo “largo uso di clichés antisemiti”. “Se un autore tedesco di prim’ordine”, commenta Schmitter, “con una formazione culturale superiore, cerca di distruggere un suo critico ebreo in una satira che contiene stereotipi antisemiti, la cosa è allarmante”.