Il monachesimo, dopo aver contribuito a costruire l’Europa,” “si apre verso” “i paesi del sud del mondo dove vengono fondate nuove comunità” “
A partire dall’alto Medio Evo i monaci hanno evangelizzato popoli e nazioni dell’Europa, hanno dissodato terre e tramandato tesori inestimabili di arte, letteratura e musica contribuendo all’edificazione della civiltà occidentale. “Il monachesimo benedettino è aperto a tutte le età della storia perché in esse è presente in uguale misura la grazia del mistero di Cristo che il monachesimo è chiamato a scorgere e ad indicare agli uomini. Un linguaggio di pace, giustizia, speranza e riconciliazione che, senza semplificazioni improprie, deve risuonare ancora nel cammino di riunificazione dell’Europa”. Ne è convinto Gregorio Penco , monaco del monastero di Finalpia (Savona), storico e teologo; uno dei maggiori esperti di storia della Chiesa e del monachesimo, al quale abbiamo posto alcune domande.
Quale risorsa per l’Europa può rappresentare oggi il monachesimo?
“Esso costituisce un patrimonio di spiritualità e cultura assai significativo ma, al tempo stesso, cronologicamente lontano. Un patrimonio che richiede approfondite analisi culturali per non rischiare di incorrere in semplificazioni improprie. Oggi non esiste più la mediazione della ‘società cristiana’ che i monaci nel Medio Evo avevano collaborato a costituire; pertanto, quando si parla di contributo del monachesimo alla costruzione della nuova Europa, occorre guardarsi dal rischio di vagheggiare una società ‘ideale’ che in realtà non è mai esistita ed anche allora è stata acquisita a prezzo di sforzi instancabili. Questa capacità di ‘lettura creativa’ della storia, di intraprendenza e adattamento è, a mio giudizio, la lezione più significativa del monachesimo per i nostri giorni”.
Cosa dice oggi la figura di San Benedetto, patrono d’Europa?
“E’ un Santo moderno perché tale è il monachesimo contemporaneo. Dopo la rivoluzione francese e le soppressioni dell’epoca napoleonica, il monachesimo di oggi è il risultato della rinascita monastica dell’Ottocento, attribuibile in buona parte all’abate francese Guéranger. Un rinnovamento che ha dato frutti in ambito liturgico, biblico, patristico, ecumenico e ha contribuito alla celebrazione del Concilio Vaticano II. La figura del Fondatore racchiude un messaggio di universalità e di speranza che sa guardare oltre i confini dell’Europa; se fino alla metà del secolo scorso i monasteri nel terzo mondo erano una cinquantina, oggi se ne contano circa trecento perché i vescovi hanno compreso il contributo che il monachesimo può offrire alle Chiese locali non tanto attraverso lo svolgimento di compiti missionari in senso tradizionale, quanto piuttosto attraverso la presenza del chiostro, polmone di spiritualità e centro di preghiera”.
Ma l’esperienza monastica non rimane piuttosto marginale nella nostra società?
“Vi è anche un problema di scarsa visibilità: occorre far conoscere meglio la spiritualità di San Benedetto ma a questa conoscenza deve corrispondere una rivitalizzazione interna del monachesimo. Mentre in Francia e Germania il monachesimo ha conosciuto nel secolo XIX una rigogliosa rinascita, in Italia è mancata la riflessione sul ruolo dei monaci nella Chiesa. E’ a Dom Jean Leclercq, vissuto nella seconda metà del secolo scorso in Francia, che dobbiamo la rivisitazione della spiritualità monastica in chiave teologica; un profondo conoscitore della modernità che ha dedicato gli ultimi vent’anni della propria vita – la morte è avvenuta nel 1993 – ai viaggi nel terzo mondo per portare alle giovani e piccole comunità locali l’essenza della spiritualità e della vocazione benedettina. Una figura profetica di cui anche oggi ci sarebbe bisogno, anche se non mancano esempi in questo senso: uno tra tanti, le monache trappiste di Vitorchiano presso Viterbo. Sono 73 e hanno dato vita a sei nuove fondazioni, dal Cile all’Indonesia. L’ultima nelle Filippine, nell’isola di Mindanao, cuore dell’islam. Il loro entusiasmo contagia e può offrire una testimonianza forte e credibile ad un’Europa che appare spesso sazia, disillusa, egoista e indifferente alle sue povertà”.
G.P.T.