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A 40 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II, ” “l’ecumenismo cresce nonostante le difficoltà e unisce le Chiese e le culture europee” “” “
A quarant’anni dall’apertura del Concilio occorre porsi alcuni interrogativi: “E’ riuscito il Vaticano II a conferire spirito innovativo al dialogo fra le Chiese? Sono riuscite le Chiese, in seguito, ad avvicinarsi reciprocamente? A che punto si trova oggi il dialogo ecumenico promosso dal Concilio?”. Presupposto fondamentale per la comprensione del “perché” dell’assise conciliare, la disponibilità al dialogo e all’apertura reciproca che caratterizzava negli anni ’60 il mondo appena uscito dalla catastrofe della seconda guerra mondiale; una cornice in cui trova naturale collocazione il primo passo concreto del dialogo fra le “Chiese sorelle”, l’annullamento reciproco della scomunica per mano di Paolo VI e del patriarca Atenagora.
Il Vaticano II ha fatto sì che le due “sorelle” o i due “polmoni” respirassero nuovamente insieme. Meritano di essere ricordate, al riguardo, le parole rivolte da Atenagora a Giovanni XXIII: “Noi siamo fratelli l’uno per l’altro. Pietro e Andrea erano fratelli e come fratelli collaboravano fraternamente. Così dovremmo fare anche noi, cattolici e ortodossi. La porta è aperta da Cristo e nessuno può chiuderla; dobbiamo solo entrare”. Bisogna entrare, ma dove e come? Ogni confronto umano è composto di dialogo e opinioni spesso differenti ma convergenti verso i valori unici e immutabili della verità e della vita; tuttavia, per essere autentico ed efficace, esso richiede capacità di rinunciare, perdonare, ascoltare, rimuovere ogni orgoglio personale. E’ oggi innegabile una certa “crisi” nel cammino ecumenico, ma di ciò non è colpevole il Concilio; le colpe sono altrove, magari nel nostro modo di intendere e di agire. Esiste una “crisi” nel dialogo fra le parti ma questo termine non deve essere considerato nella sua possibile negatività, cioè di “crollo” o “via senza uscita”, quanto piuttosto nella sua potenzialità positiva, che è quella di indicare un tempo, sì di instabilità, ma anche di scelta e decisione. Così come accade in una famiglia dove si sente che “il matrimonio è in crisi” ma dove l’impegno personale di ciascun membro non si indebolisce e diventa al contrario più fervente, più orientato ai veri valori che lo hanno generato. E allora si scopre che il matrimonio esce dalla crisi più saldo e più forte. Che mistero e, allo stesso tempo, che grande verità!
Ma come vedere i segni del superamento della crisi? Occorre acquisire lo sguardo di Cristo e la consapevolezza che nessun sacrificio va perduto, che ogni lacrima ha valore e che il segreto del mondo è contenuto nel “Dio è amore” di San Giovanni. Come il giovane che, tutto preso ad accumulare oro, solo il giorno in cui l’unico amico rimastogli gli regalò un paio di occhiali attraverso i quali non riusciva a vedere nulla, perché anche le lenti erano d’oro, comprese che era venuto il momento di riflettere su ciò che è realmente importante così occorre verificare ciò che abbiamo nel nostro cuore e che pretendiamo di custodire come “fede”. Basterebbe cioè togliere semplicemente gli occhiali della malizia per vedere i piccoli ma decisivi passi compiuti in campo ecumenico nel lungo cammino verso l’unità piena tanto desiderata e professata dal Vaticano II: un’unità non giuridica, bensì conciliare, liturgica; un’unità nella diversità. Di un tale passo, straordinariamente bello, siamo testimoni proprio mentre scrivo queste righe. Si tratta della visita che il patriarca Teoctist della Chiesa ortodossa romena sta facendo in questi giorni al Santo Padre e, tramite lui, all’Italia e a tutto il mondo cattolico.