I vescovi d’oltrecortina non hanno potuto ” “partecipare al Concilio Vaticano II e le ” “indicazioni dei padri ” “conciliari sono giunte alle loro chiese con dieci anni di ritardo” “” “
Quaranta anni fa, 11 ottobre 1962, Papa Giovanni XXIII apriva solennemente i lavori del Concilio Vaticano II. Ma quali sono stati i suoi effetti sulle Chiese dell’Est, in particolare in Ungheria? Lo abbiamo chiesto a mons. Veres András , vescovo ausiliare di Eger.
Come si è svolta la partecipazione della Chiesa ungherese ai lavori del Concilio?
“Ai nostri vescovi è stata impedita la partecipazione ai lavori iniziali del Concilio, però per le ultime sedute sono potuti uscire dall’Ungheria sei vescovi e alcuni collaboratori. Dopo dieci anni dalla chiusura del Concilio abbiamo tradotto i documenti in lingua ungherese e questo ha aiutato molto il lavoro quotidiano dei sacerdoti. Ma sotto il regime comunista non è stato facile realizzare le indicazioni del Vaticano II: i sacerdoti non potevano fare ciò che volevano perché il governo controllava tutto. Se erano aperti alle richieste della Chiesa moderna – se ad esempio c’erano sacerdoti che lavoravano bene con i giovani – dopo qualche mese venivano trasferiti altrove. Malgrado ciò, molto lentamente, si è riusciti a formare i nuovi sacerdoti secondo i documenti del Concilio”.
C’è stato un grosso cambiamento dopo la caduta del comunismo?
“Sì, assolutamente. Dopo il cambiamento politico non ci sono più state difficoltà ma dieci anni sono troppo pochi per mettere in pratica tutti i contenuti del Concilio. Oggi tanti sacerdoti vengono a Roma a studiare e il governo non controlla più come allora. Da una recente indagine sociologica è risultato che i cristiani praticanti prima vivevano più nei piccoli paesi ma non erano molto formati. Oggi tutto è cambiato, i cattolici sono più formati e vivono nelle grandi città. Anche questo è un segno forte che qualcosa è iniziato, anche se non siamo del tutto soddisfatti. La Chiesa in Ungheria non è ancora cambiata abbastanza. C’è un po’ di clericalismo, retaggio del passato. I laici devono assumere un ruolo più importante nella vita parrocchiale. Per questo cerchiamo di formarli anche professionalmente per assumere delle posizioni di responsabilità nella Chiesa”.
Quale è stata l’accoglienza del Concilio da parte dei fedeli ungheresi?
“Molti hanno recepito la svolta del Concilio con grande gioia, proprio perché prima vivevamo nella paura. Prima i laici e gli intellettuali ungheresi avevano paura di frequentare la Chiesa perché rischiavano di dover lasciare il loro lavoro dato che la polizia controllava tutto. Negli anni ’90 è molto aumentata la frequenza alla Chiesa e poi di recente è di nuovo calata. In Ungheria nel 2001 dopo molti anni si è svolto un censimento. Per la prima volta è stato possibile dire liberamente a quale Chiesa si appartiene. Il 75% della popolazione ungherese ha dichiarato di appartenere ad una Chiesa cristiana, di cui il 55% cattolici e il resto protestanti. La frequenza alle celebrazioni è intorno al 13-14%. Durante il comunismo c’era buona volontà anche da parte dei non credenti che si avvicinavano alle attività della Chiesa. Poi, con il diffondersi del materialismo e del consumismo sono cambiate molte cose e ora in Ungheria c’è un forte anticlericalismo che agisce anche nella vita politica” .
Periodicamente si discute sulla possibilità di indire un “nuovo concilio”. Cosa ne pensa?
“Noi siamo ancora nella fase di cercare di realizzare meglio il Concilio Vaticano II però è vero che oggi la vita cambia molto velocemente e ci sono nuove richieste all’interno della Chiesa, sulle quali dobbiamo senz’altro riflettere. Non so se è già arrivato o meno il tempo per proclamare un nuovo concilio, ma penso che abbiamo bisogno almeno di un sinodo che si occupi dei problemi della Chiesa in Europa”.
P.C.