I Vescovi italiani sono preoccupati per la situazione di grave crisi (-20% di vendite di auto negli ultimi tempi) in cui versa il Gruppo Fiat, con l’avvio della cassa integrazione per 5600 dipendenti di varie fabbriche dal nord al sud dell’Italia e una prospettiva di “mobilità lunga” fino a un totale di 8100 persone sui 36 mila dipendenti del gruppo. La crisi Fiat non è una crisi “qualsiasi”: da oltre un secolo la famiglia Agnelli, proprietaria della maggioranza del capitale, di recente affiancata dagli americani della General Motors, rappresenta il simbolo per eccellenza del “made in Italy”. Il settore auto è però nell’occhio del ciclone un po’ in tutto il mondo e la concentrazione dei marchi avanza rapidamente. General Motors, ad esempio, possiede in Europa la Opel e la Volvo e dispone di una opzione all’acquisto di Fiat che potrebbe far valere entro pochi anni. Un drastico ridimensionamento della Fiat, a seguito della crisi, porterebbe con sé anche il crollo di migliaia di piccole e medie aziende dell’indotto produttivo, specie nelle aree di Torino, Milano, Cassino e Termini Imerese, in Sicilia, con un appesantimento della già grave piaga della disoccupazione specie nel centro e sud del Paese. Alla recente assemblea generale di Collevalenza (18-21 novembre) i Vescovi italiani hanno quindi espresso la loro più viva preoccupazione per il caso Fiat. “Si tratta di una vicenda allarmante hanno detto nel comunicato finale dei lavori che va oltre l’ambito degli insediamenti industriali direttamente interessati”.