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Dopo quelle su Repubblica Ceca, Lituania, Ungheria, Slovenia, Cipro e Malta (cfr. SirEuropa n.44) ecco le “schede” sugli altri quattro Paesi dell’allargamento (Polonia, Estonia, Slovacchia e Lettonia).

Con i suoi 39 milioni di abitanti, un reddito pro-capite di 5.090 euro e un tasso di crescita economica annua dell’1,1%, la Polonia è il paese “leader”, per dimensione, popolazione e potenziale economico, tra i dieci che si apprestano ad entrare nell’Unione europea. Ma è anche il più in difficoltà, al proprio interno, per una serie di timori sul piano economico, sociale, culturale e anche religioso. I contadini, che costituiscono l’80% della popolazione, temono che la loro attività risulti pesantemente condizionata rispetto alle produzioni agricole dei paesi “occidentali” dell’Ue. Nei giorni scorsi, a Firenze, il vescovo polacco di Siedlce, mons. Zbigniew Kiernikowski, ha elencato altre questioni che stanno a cuore alla Polonia: “Non possiamo e non vogliamo impedire l’allargamento, ma bisogna capire il nostro popolo che ha subito molte invasioni ed è pronto a difendere la propria terra con i denti e con le unghie. La nostra presenza in Europa dipende anche dalla possibilità che i cattolici possano contribuire realmente alla legislazione comune e che l’Ue si dia una mentalità realmente solidale”. Parlare di Polonia significa infatti parlare di una popolazione largamente cattolica (seguono il Papa “polacco” il 90,7% della popolazione, mentre l’1,4% sono ortodossi autocefali e lo 0,8% protestanti), con 43 diocesi, 9966 parrocchie, 3891 opere di solidarietà. Tuttavia i cattolici polacchi, che pure hanno votato per un presidente post-comunista relegando nel dimenticatoio Lech Walesa e la sua “Solidarnosc”, temono che l’Unione europea significhi dover accettare le leggi sull’aborto e l’eutanasia e una visione sociale materialista e tecnocratica. “I vescovi polacchi si identificano pienamente con l’insegnamento del Santo Padre riguardo alle questioni europee – dice il Segretario generale della Conferenza episcopale polacca, mons. Piotr Libera -. E perciò siamo consapevoli che l’impegno della Polonia per raggiungere il dovuto posto nelle strutture europee non può limitarsi esclusivamente agli aspetti economici e politici, come non può significare la rinuncia alla sovranità nazionale, politica e culturale, quindi anche all’identità religiosa”.