editoriale" "
Bucarest 1989:perché ricordarequel Natale?” “
È il 17 dicembre del 1989: di buon mattino cominciano a cadere i primi fiocchi di neve, danzano solennemente sulla città di Bucarest, cantano in silenzio l’arrivo proibito del Santo Natale.
Io, diciannovenne, in servizio militare obbligatorio per il mio paese sono arruolato nel settembre 1988, in seguito alla chiusura “per ordine della dittatura comunista” del Seminario Ortodosso di Bucarest.
Tutto ad un tratto, nella caserma si proclama l’allarme. Nessuno ci dice niente, solo che la città di Bucarest viene occupata dall’esercito e dai carri armati che infangano con i loro cingoli i primi fiocchi di neve e la gioia dei bambini.
Si sentono i primi spari, mentre girano le voci che il dittatore è stato cacciato, o addirittura arrestato. Dopo i 45 anni di dittatura e sofferenze la gente piange di felicità e si abbraccia.
Il Natale, ormai prossimo, è già pensato come la festa di tutti: cristiani ortodossi e cattolici, musulmani e ebrei. Tuttavia, notizie allarmanti si intensificano così come la neve che scendendo più abbondantemente, forma un tappeto immacolato. Cadono i primi soldati che lottano insieme con la gente contro il regime, cadono i primi giovani, ma la libertà tanto desiderata è diventata ormai il respiro di tutti.
Finalmente liberi! Quale dono più grande può portarci questo Natale?
Nessuna chiesa verrà più demolita, nessun uomo verrà perseguitato per la fede in Dio, i preti usciti dalle carceri riprenderanno il posto all’altare, mentre gli studenti di teologia torneranno nei seminari o nelle facoltà.
La libertà permetterà finalmente che i bambini chiamino col vero nome il loro Babbo Natale e non Babbo Gelido come aveva imposto la dittatura…
Alla vigilia del Natale 2002, che nelle pagine seguenti viene proposto nel racconto di esperienze, pensieri, iniziative, ho ricordato un Natale di sangue e di fuoco, anche perché non se ne dimentichino altri vissuti più recentemente anche in Europa con la stessa sofferenza.
Ora mi trovo in una città europea occidentale dove vivo con fedeli ortodossi, che sono venuti a cercare la libertà e un futuro migliore. Siamo alla vigilia del Natale ma vedo – anche in un Occidente, ricco e benestante -, molti volti di povertà, paura, solitudine. L’Ovest non è dunque il Paese del latte e del miele: lo dicono soprattutto gli immigrati mentre scoprono che la libertà è a volte un dono solo per alcuni e la vita è serena soprattutto per chi possiede la carta d’identità comunitaria.
L’Europa ora si sta allargando.
Penso al Natale di tredici anni fa a Bucarest e penso a questo Natale, e a quelli che verranno, come un allargamento del cuore dell’Europa e non solo uno spostamento di confini. Sogno una “luce comune” per tanti popoli tenuti al buio dalle dittature e per altri che sono al buio per aver scelto la cultura del superfluo e del calcolo. Sogno pensieri, gesti ed esperienze in controtendenza rispetto a culture che feriscono l’uomo, sogno un Natale che anche per l’Europa sia “festa comune” senza fine.