editoriale" "

Le frontiere della mente” “

Ci sono ancora in Europa confini invisibili: anche la memoria può aiutare a superarli” “” “

All’indomani dell’allargamento dell’Unione Europea, con l’ingresso di dieci nuovi Paesi membri sancito nel recente Vertice di Copenaghen, pubblichiamo una nota di Jean-Dominique Durand, docente di storia contemporanea presso l’Università di Lione.
Osservata dall’esterno, l’Europa presenta un’unità culturale evidente: un Europeo non si sente mai più europeo che quando si trova al di fuori dell’Europa, in viaggio attraverso altri continenti. Eppure presenta una notevole diversità interna che implica da parte dell’osservatore una grande attenzione agli spazi, alle culture, al peso della storia spesso troppo pesante per i cittadini di oggi, presi nelle trappole del passato e della memoria. Jacques Maritain arrivando per la prima volta a New York verificò una forte sensazione di libertà, di liberazione dalla storia; scrisse: “Per un Europeo a lungo immerso nel groviglio degli eventi del passato, degli odi del passato, delle abitudini del passato, delle glorie del passato e delle malattie del passato che insieme compongono una specie di eredità storica schiacciante, il primo contatto con l’America provoca una specie di ebbrezza nelle delizie di una libertà neonata”. Tale paragone stabilito dal filosofo francese tra la vecchia Europa e la giovane America permette di sottolineare quanto l’identità dell’Europa è legata anche ai suoi confini interni, assai rigidi, che si sono costruiti col tempo. I confini sono politici e religiosi, ma anche economici, e i nuovi limiti fissati per l’allargamento dell’Unione Europea sottolineano tali limiti con la non inclusione di nazioni ortodosse come la Romania a nome di un’altra ortodossia, quella dei mercati. Alle speranze e alle esigenze politiche, l’Unione dà delle risposte tecnocratiche. Così Mons. Vsevolod Chaplin, vice presidente del Dipartimento per le Relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, ha recentemente notato: “The Iron Curtain has given way to a Silver Curtain” (La cortina di ferro ha fatto posto ad una d’argento).
Le frontiere interne attraversano anche le menti degli Europei. E’ possibile distinguere le barriere imposte dalle parole, legate alle difficoltà di traduzione di concetti che prendono un senso diverso da un punto all’altro dell’Europa: la nazione, la nazionalità, il popolo, la laicità, coprono, sotto un vocabolario comune, realtà molto diverse. Ci sono ancora le frontiere dettate dai luoghi: da Roma, da Mosca, da Costantinopoli, da Ginevra, da Canterbury, non si vede la stessa Europa, perché da una capitale all’altra, le memorie storiche si oppongono le une contro le altre. Si evidenziano una memoria ebrea, fatta di dolori, dall’espulsione dalla Spagna alla Shoah, le memorie degli scismi, dei massacri, delle persecuzioni, la memoria del martirio cristiano, le memorie nazionali da Kosovo Polje a Verdun, Vittorio Veneto e Stalingrado. Anche quando si tratta di eventi molto lontani nel passato, i ricordi restano vivi. Per gli ortodossi, la presa di Costantinopoli nel lontano 1204,è in realtà un fatto di ieri. Uno dei problemi dell’identità europea è di non disporre, al di fuori di una bandiera e di un inno, di una vera memoria comune, di luoghi comuni di memoria, tranne le fratture da ricomporre. Eppure la storia dell’ultimo mezzo secolo dimostra che la speranza c’è, che è possibile di superare le difficoltà e di costruire una casa comune: uomini dei confini, e precisamente perché uomini dei confini, che avevano capito molto concretamente che la guerra è la madre di tutte le miserie, uomini di Stato come Robert Schuman, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, hanno preso a un certo momento, all’indomani di una guerra orribile, la decisione politica di dare all’Europa un nuovo destino. Uomini che vivevano la loro fede in profondità, hanno dimostrato che il tragico non è per forza il destino dell’Europa. Da questo punto di vista, l’evoluzione, dagli anni 1950 in poi, delle relazioni tra la Francia e la Germania, testimonia di cosa può fare la volontà politica nutrita dalla fede e da una certa idea della persona umana.
Questa evoluzione fondamentale della storia recente dell’Europa conferma che è possibile ricominciare altrimenti, a condizione di fare della memoria una base positiva per costruire l’avvenire dei popoli. Non si tratta di dimenticare, ma storicizzare il passato, quindi la memoria, permette di controllare le pulsioni collettive e di proteggere dagli eccessi, perché come dice Paul Ricoeur, “la storia è una volontà di capire senza accusare”. E’ una strada per cancellare le frontiere mentali che sono le più pericolose per l’unità europea.