Quotidiani e periodici” “

“Iraq: gli europei contro la guerra”, è il titolo di apertura di Le Monde (15/1), impegnato ad analizzare i futuri scenari aperti da una guerra che sembra diventare sempre più probabile, dopo i ripetuti segnali di “impazienza” mostrati dal presidente americano. “Messi alla prova da opinioni pubbliche fortemente ostili ad una operazione militare contro Saddam Hussein – si legge sul quotidiano francese – i governi europei si sforzano di guadagnare tempo”, mentre il Papa nel suo discorso al corpo diplomatico definisce la la guerra “una sconfitta dell’umanità”. E il forte “no” alla guerra scandito da Giovanni Paolo II viene ripreso da La Croix (14/1), che apre con le parole del Papa e dedica l’editoriale al suo ultimo discorso. “Al preteso buon senso, che presenta la pace come conseguenza secondaria degli sforzi di guerra – scrive, infatti, Bruno Frappat – è tempo di opporre una saggezza superiore: se tu vuoi la pace, prepara dunque la pace! (…).Ciò che il Papa vuol dire oggi, all’alba di questo inquietante 2003, è che i conflitti non devono mai prodursi, nella freddezza delle decisioni, se non quando tutto il resto è stato provato, tentato, esaurito”. Sul 2003 come anno “decisivo” per i lavori della Convenzione europea riflettono, invece, Pierre de Charentenay e Noel Treanor su Europe infos, mensile della Comece (n.45, gennaio 2003), auspicando una “mobilitazione di tutti i governi e di tutte le grandi istituzioni nazionali, partiti politici, Chiese e associazioni di ogni genere” per sensibilizzare l’opinione pubblica del nostro Continente sull’importanza del processo di allargamento in atto e sui lavori della Convenzione, di cui “quasi 2/3 degli europei non hanno nemmeno sentito parlare”. La crisi irachena continua a monopolizzare l’attenzione dei commentatori tedeschi. “Senza il cozzare di sciabole dell’America, le Nazioni Unite si sarebbero fatte gabbare ancora dall’Iraq, le grandi potenze non avrebbero votato la risoluzione più dura sull’Iraq, Baghdad non si sarebbe sottoposta nuovamente ad un regime di controllo”, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz) del 12/1. Sulla Faz del 13/1, Dirk Schümer critica gli scienziati coinvolti nella produzione di armi atomiche in Iraq e nella clonazione. “Mentre i politici e i propagandisti che li hanno incaricati vengono combattuti come demoni, quei ricercatori continuano indisturbati e senza limiti la propria attività”. Per Rolf Paasch della Frankfurter Rundschau del 14/1, “la durata dei controlli dei palazzi di Saddam e delle fabbriche di concimi irachene non dipende dai nervi di George W. Bush o dalle preferenze strategiche dei suoi pianificatori militari, ma dalle necessità oggettive di un’ispezione accurata. A meno che l’Iraq non violi apertamente le regole fissate minuziosamente dalla risoluzione. Solo così può funzionare l”arginamento’ del regime – sempre che non si voglia altro che la guerra”. “Sangue per il petrolio – la vera posta in gioco in Iraq”, titola il settimanale Der Spiegel del 13/1, che confronta l’attuale comportamento della Corea del Nord sul nucleare con la crisi irachena. Il giornale spagnolo La Vanguardia (12/1) raccoglie l’opinione sull’euro di Antonio Argandoña, professore di economia nell’IESE, dell’Università di Navarra: “Ci chiedevamo all’inizio se il cambiamento all’euro fosse stato favorevole per l’economia europea. La conclusione è chiaramente positiva, e così è vista dai cittadini. Nell’eurobarometro di novembre, il 62% degli spagnoli considerava che l’adattamento all’euro è stato un vantaggio. L’83% degli spagnoli si sentiva perciò più europeo di prima”. Argandoña afferma che i vantaggi dell’euro sono “l’eliminazione dei rischi di cambio, i minori costi di transazioni, la stabilità monetaria, i bassi tassi di interesse e la maggiore trasparenza”.