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Il 24 gennaio la Chiesa celebra la memoria di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti. Nato nel 1567 in Savoia, Francesco si laurea in diritto civile ed ecclesiastico a Padova, e in teologia a Parigi. Divenuto sacerdote, a 26 anni, si impegna a ricondurre lo Chablais calvinista al cattolicesimo, e dopo vari tentativi vi riesce. È in questo periodo che, visti gli scarsi frutti ottenuti dal pulpito, Francesco pubblica volantini, che fa scivolare sotto gli usci delle case o affigge ai muri. Per questa attività di “volantinaggio” verrà proclamato patrono dei giornalisti e di quanti diffondono la verità cristiana con i mezzi di comunicazione sociale. A 35 anni è fatto vescovo di Ginevra, dove introduce le riforme del Concilio di Trento. Di Francesco viene ricordata la bontà; egli stesso era solito ripetere: “Come dev’essere buono Dio, se Francesco è così buono”. Dotto umanista, Francesco è anche un grande direttore spirituale: ne danno testimonianza le circa 2.000 lettere indirizzate ai suoi figli spirituali. Tra questi: San Vincenzo de’ Paoli e Santa Giovanna Francesca Frèmyot de Chantal, con cui fonda l’ordine della Visitazione. Francesco di Sales muore a Lione il 28 dicembre 1622, per un attacco di apoplessia. Canonizzato nel 1655, nel nuovo calendario viene ricordato il 24 gennaio, giorno in cui il suo corpo venne portato ad Annecy per la definitiva sepoltura. I suoi scritti, tra cui il “Filotea” e “Il Trattato dell’amore di Dio”, gli hanno meritato nel 1923 il titolo di dottore della Chiesa. In occasione di questa festa pubblichiamo una nota di Gabriel Nissim , rappresentante di Signis (organismo che raduna 140 associazioni cattoliche del mondo della comunicazione di 160 Paesi) al Consiglio d’Europa, sul ruolo dei giornalisti nel processo di unificazione europea e per la pace nel mondo. Tre anni fa, durante un seminario che riuniva alcuni giornalisti in Europa centrale, è stata sollevata la questione delle minoranze culturali. Esiste, come sappiamo, un’importante minoranza di lingua ungherese in Romania e viceversa. Di fronte a questo problema, si notava nell’atteggiamento dei giornalisti ungheresi e rumeni presenti, un unico punto in comune: non lasciavano mai la parola agli “altri”. Davanti ad una tale situazione, un giornalista dell’ex Jugoslavia gli fece notare: “State preparando la guerra…”. In un contesto di mondializzazione i mass media tendono a soddisfare la domanda identitaria, a volte nazionalista, che cresce in una gran parte del pubblico; ovviamente, questo bisogno d’identità (culturale, linguistica o religiosa) è legittimo e sano in un ambito aperto e pluralista come il nostro. Il giornalista dell’ex Jugoslavia sapeva tuttavia quello che diceva: i media possono avere una gran responsabilità nei conflitti incoraggiando le tendenze identitarie del loro pubblico. Il loro compito informativo e comunicativo dovrebbe consistere anche nel cercare di fornire il punto di vista degli “altri”, soprattutto in situazione di conflitto aperto o potenziale. Inoltre per i mass media e i giornalisti cristiani, cedere alla tentazione identitaria significa peccare contro Dio, nella misura in cui Egli è il Dio di tutti. In questo periodo, il problema principale dell’Europa (considerando i 25 Paesi dell’UE nel 2004 oppure i 45 Paesi membri del Consiglio dell’Europa), è imparare a vivere insieme rispettando le nostre differenze. Non dare mai la parola agli “altri” significa affermare sé stessi fino alla violenza negando a “l’altro” il suo diritto di esistere. I media possono invece influire decisamente sul futuro di quest’Europa volgendo correttamente il loro mestiere: far vedere e sentire “l’altro”, farlo esistere ai nostri occhi e nel nostro cuore, dimostrare che si può vivere insieme a lui poiché è un essere umano. Per riuscire in una tale missione, lo sanno bene i giornalisti, vi sono tuttavia varie condizioni da rispettare. In primo luogo, accettare di spostarsi fisicamente ma soprattutto intellettualmente e spiritualmente, come fece un giornalista americano bianco che si travestì da Nero per capire dall’interno l’esperienza del razzismo negli USA esperienza stravolgente! Non basta avere la volontà di accogliere lo straniero poiché una vera comprensione de “l’altro” comporta l’avvicinamento e il tentativo di mettersi nei suoi panni. Come ricorda la Bibbia, il modo di accogliere cambia quando si vive in prima persona la condizione di straniero in casa d’altri. Ovviamente, non tutti possono farlo da soli; per questo i giornalisti dovrebbero essere i modelli di quest’approccio per il loro pubblico. Seconda condizione: dare rilievo alle radici più profonde della nostra identità, non rimanere alla superficie ma riferirsi a ciò di più umano e migliore vi si trova. Due sono i motivi: primo ciò che è veramente umano non ci rende mai diversi gli uni dagli altri; secondo perché solo apprezzando, stimando la nostra identità umana si può capire e rispettare la dignità dell’altro. Una terza condizione consiste nel dimostrarsi pedagogo nei confronti del pubblico. Nel contratto morale tra il pubblico e i giornalisti, il primo si affida all’informazione per spiegare quello che potrebbe essere difficile da capire. Il pubblico, infatti, è propenso ad uno sforzo di comprensione: è felice di essere preso sul serio ed è un piacere e un orgoglio arricchire la propria comprensione degli eventi e della gente. Suppone tuttavia che questi ultimi siano resi più interessanti e avvicinabili. Invece di ripetere al pubblico quello che già conosce o quello che ha voglia di sentire ma soprattutto invece di limitarsi ai soliti pregiudizi e stereotipi sugli altri, c’è da fare un vero e proprio sforzo di scoperta. In questo sforzo a favore della comprensione, fattore di pace, non va dimenticata l’importanza particolare di tutto quello che riguarda l’ambito religioso. L’identità religiosa fa parte delle convinzioni più intime; anche coloro i quali si dichiarano poco o non credenti sono coinvolti più di quanto credano, come hanno dimostrano, ad esempio, le reazioni al momento dei conflitti nei Balcani o ancora a proposito dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Allo stesso tempo, secondo l’immagine fornita dai mass media, le religioni risultano anche un fattore di conflitto. In tali condizioni, è particolarmente importante che i mass media confessionali forniscano regolarmente informazioni sulle altre religioni, dando loro frequentemente la parola. Per i mass media cristiani, lo spirito creato da Giovanni Paolo II ad Assisi dovrebbe essere una preoccupazione prioritaria. Oggi si parla spesso, con ragione, di etica nell’ambito dei media ma in quanto giornalisti cattolici, sulla scia del nostro patrone san Francesco di Sales, scopriamo presto che questo mestiere implica anche uno sforzo prettamente spirituale. In effetti, la responsabilità della comunione tra gli esseri umani, le culture e le religioni è una vocazione d’ordine spirituale. Parlare de “l’altro” con la maggiore verità e giustizia possibile suppone sempre un avvicinamento a quelli di cui parliamo e ai quali ci rivolgiamo. Si, esiste una santità ed una gioia propria del giornalista ogni volta che riesce a suscitare una comunione poiché in questo momento, non solo partecipa a questa comunione ma ne diventa il mediatore, a somiglianza di Cristo.