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La giustizia non ama la guerra” “” “

"Facciamo ancora ” “in tempo per evitare un’avventura ” “senza ritorno"” “

Di fronte ai sempre maggiori rischi di una guerra contro l’Iraq, si moltiplicano gli appelli alla pace delle varie conferenze episcopali europee e dei movimenti ecclesiali. Di seguito ne proponiamo alcuni. Austria “Ci sono molte ragioni contrarie al fatto che si tratti di una guerra giusta”. Così mons. Andreas Laun, vescovo ausiliare di Salisburgo, al giornale cattolico tedesco “Die Tagespost”, ha espresso perplessità verso un eventuale attacco degli Usa contro l’Iraq. Per Laun, ci vuole “un motivo bellico estremamente grave”, che deve essere dimostrato “chiaramente” dagli Americani; va inoltre provata l’esistenza di un “pericolo talmente grande da far preponderare e quindi legittimare persino una guerra con tutte le sue terribili conseguenze”; deve “essere chiaro, che non ci sono altri mezzi per limitare Saddam Hussein”; vanno infine considerate la “questione dei mezzi impiegati” e “le ulteriori conseguenze” della guerra, che potrebbe significare “una catastrofe per il mondo intero: per gli iracheni lo è in ogni caso”. “È giunto il momento che Bush ascolti il Papa”, aggiunge mons. Laun: “Gli abitanti dei Paesi arabi odieranno più che mai il mondo occidentale. Gli americani devono tenere presente che nel distruggere le armi, muniscono le popolazioni arabe di quell’odio che giustamente temono: è l’arma più pericolosa, come dimostrano ogni giorno gli attentati suicidi in Israele”. “Storicamente – conclude – vi sono molte ragioni per ringraziare gli Stati Uniti e molti motivi per contare sul loro senso di giustizia. Ora tocca ad essi mostrare agli altri popoli che si tratta di una questione di giustizia e non di predominio”. Francia “Facciamo ancora in tempo”. Le associazioni cattoliche francesi scendono in campo per dire no ad un’azione militare in Iraq e rivolgono un appello ai cristiani e ai cittadini francesi perché il governo del loro Paese si astenga dal coinvolgersi in “un’avventura senza ritorno”. Tra le associazioni firmatarie figurano l’Acat, il Comitato cattolico contro la fame (Ccfd), Giustizia e Pace, Gioventù studentesca cristiana (Jes), il Mir (Movimento internazionale per la riconciliazione), Pax Christi e Caritas. “E’ immorale e illegale – si legge nel messaggio – ricorrere alle armi quando queste non costituiscono l’ultimo ricorso per debellare una minaccia grave alla pace. La nozione di guerra preventiva è inaccettabile”. Ricordando le tesi dei vescovi cattolici francesi e della Federazione delle Chiese protestanti, le associazioni ribadiscono che “le azioni militari e le sanzioni economiche contro l’Iraq non fanno che rafforzare il regime dittatoriale di Saddam Hussein”. “La guerra che si annuncia – prosegue l’appello – avrebbe conseguenze drammatiche”. Farebbe migliaia di morti, ma soprattutto “darebbe ragione agli estremisti”. Da qui l’appello ai cittadini francesi. “Possiamo ancora influire sulle decisioni future”, scrivono le associazioni e ricordano che la Francia dispone di un diritto di veto al Consiglio di sicurezza dell’Onu. La proposta concreta ai cittadini francesi è quella di far sentire “in massa” la loro voce direttamente al Presidente della Repubblica e ai deputati del Parlamento che andranno a discutere tra breve l’impegno delle forze francesi. Al Presidente della Repubblica si chiede di esercitare il diritto di veto al Consiglio di sicurezza. Ai deputati si ricordano le “conseguenze drammatiche” che un’azione militare in Iraq può determinare sulla regione e sulle relazioni tra Europa e Medio Oriente”. Germania In un comunicato diffuso il 20 gennaio a Würzburg, i vescovi tedeschi si sono espressi contro un eventuale conflitto in Iraq. Riprendendo i contenuti della dichiarazione “Una giusta pace” (11 ottobre 2000), che si opponeva al concetto di “giusta guerra”, la conferenza episcopale approva “gli sforzi delle Nazioni Unite per esercitare pressione sull’Iraq, al fine di impedire la produzione di armi atomiche, biologiche e chimiche e di indebolire il più possibile la capacità di aggressione irachena”. Secondo i vescovi, “la minaccia può essere eticamente consentita nella misura in cui una strategia politica debba essere finalizzata ad evitare la guerra; ma in nessun caso” – puntualizzano – “questa politica può portare ad una logica di escalation, che renda alla fine inevitabile la guerra”. Il conflitto “può essere preso in considerazione solo in caso di attacco o per difendersi da gravissimi crimini contro l’umanità, come il genocidio”. Perciò i vescovi si dicono “profondamente preoccupati dal fatto che negli ultimi mesi il divieto di una guerra preventiva, fissato dal diritto internazionale, sia stato messo sempre più in discussione. Una strategia della sicurezza che riconosca la guerra preventiva” – prosegue il comunicato – è in opposizione alla dottrina cattolica e al diritto internazionale”: è “un’aggressione”, che “svuoterebbe il divieto della violenza, sancito dal diritto internazionale, promuovendo l’instabilità politica e scardinando le basi dell’intero sistema internazionale della comunità degli Stati”. Accanto alle vittime, tra le “prevedibili conseguenze” del conflitto vi è il rischio di “gravissimi stravolgimenti politici nell’intera area del Vicino e Medio oriente, che vanificano i successi dell’alleanza internazionale contro il terrorismo”, così come l’aumento dell’influenza di “fondamentalisti islamici fanatici nella regione” e l’inasprimento dei “pregiudizi, già di per sé radicati, del mondo arabo e musulmano contro l’occidente”. Italia La guerra all’Iraq può “essere evitata”, se c’è “l’impegno sincero di tutte le parti in causa, nella linea indicata dalle risoluzioni delle Nazioni Unite”. E’ questa la “speranza” della Chiesa italiana, espressa dal card. Camillo Ruini, presidente della Cei, nella prolusione che ha aperto il Consiglio permanente dei vescovi italiani, svoltosi a Roma dal 20 al 23 gennaio. La guerra è sempre una “sconfitta dell’umanità”, ha ribadito Ruini, che raccogliendo il “forte” appello del Santo Padre “ad evitare la guerra che potrebbe abbattersi sulle già tanto provate popolazioni dell’Iraq”, ha aggiunto: “Non vogliamo rinunciare alla speranza che questa guerra possa alla fine essere evitata: serve a tale scopo l’impegno sincero di tutte le parti in causa, nella linea indicata dalle risoluzioni delle Nazioni Unite”. Tutto ciò, ha precisato il cardinale, non per “venire meno a quella solidarietà occidentale che è stata e che deve rimanere garanzia di pace, di sicurezza, di libertà e di sviluppo”, ma al contrario per “avvalorare tale solidarietà e renderla più capace di affrontare i problemi e le sfide che si delineano all’orizzonte, ancorandola più saldamente, e in una prospettiva davvero universale, a quei principi e valori umanistici che sono la sua più solida e durevole fonte di legittimità e forza propulsiva”. Scozia Un richiamo ai governi di Inghilterra e Stati Uniti perché riconoscano solo alle Nazioni Unite la facoltà di valutare il rapporto degli ispettori Onu in Iraq e di decidere quali provvedimenti prendere. A lanciare l’appello è il Consiglio interreligioso di Scozia che riunisce i rappresentanti delle comunità cristiana, islamica, buddista, indù ed ebrea del Paese. Il messaggio è stato diffuso il 16 gennaio al termine di un incontro che si è svolto al centro islamico di Glasgow. “Con preoccupazione – si legge nell’appello – seguiamo gli sviluppi della situazione in Iraq e richiamiamo il nostro governo e quello degli Stati Uniti perché riconoscano il ruolo delle Nazioni Unite nel valutare il Rapporto degli ispettori e decidere quale ulteriori provvedimenti possono essere intrapresi alla luce di quel Rapporto”. I leader religiosi chiedono alla comunità internazionale di coinvolgere quelle Nazioni che possono influire sul governo iracheno affinché possano persuadere il regime di Saddam ad “accontentare le richieste delle Nazioni Unite”. “A nostro avviso – scrivono i leader religiosi – solo il Consiglio di sicurezza dell’Onu può autorizzare con legittimità un’azione militare”.