La crisi Usa-Iraq continua a monopolizzare l’attenzione dei principali quotidiani internazionali, impegnati soprattutto ad interrogarsi sul rapporto tra America ed Europa, riguardo all’atteggiamento dei due “blocchi” nei confronti di un eventuale intervento armato in Iraq. “Iraq: Washington dovrà attendere”, è il titolo di apertura di Le Monde (28/1), in cui si fa notare che, nel corso dell’ultima riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, “gli Stati Uniti hanno lasciato intendere di essere disposti ad accordare un’ultima proroga agli ispettori delle Nazioni Unite in Iraq”. Tutto ciò, sottolinea però subito dopo il quotidiano francese, in contrasto con le affermazioni di Washington, che continua a ripetere che “il tempo è scaduto”. “Ascolteremo quei paesi che pensano che una proroga accordata all’Iraq sia una buona idea”, promette Colin Powell, intervistato da Jean-Marie Colombani. A proposito delle motivazioni di un’eventuale guerra all’Iraq, il segretario di Stato americano precisa: “Dire che noi faremmo questa guerra per il petrolio è una stupidaggine (…). Il presidente Bush non vuole la guerra. Ma dice anche che non ci sarà nessuna soluzione in Iraq se non si dimostra la nostra volontà di arrivare fino alla guerra (…). Non è la nostra soluzione preferita, ma se non ci sono soluzioni pacifiche, ci sarà la guerra”. “I ministri europei rinnovano il loro appello per il disarmo in Iraq”, è il titolo di un articolo firmato da John Tagliabue sull’ Herald Tribune (28/1), in cui a proposito del recente accordo firmato a Bruxelles dai Ministri degli Esteri dell’Unione europea si sottolinea che essi “continuano ad essere in disaccordo sull’esatta strada da seguire” per raggiungere l’obiettivo del disarmo a Baghdad . La Croix (23/1), invece, prende le mosse dal 40° anniversario del Trattato di Versailles, per riflettere sull'”alleanza” tra Francia e Germania, rafforzata anche dalla comune posizione di fronte ad un eventuale conflitto in Iraq; Genevieve Jurgensen, sullo stesso quotidiano (25-26/1), si chiede: “Oggi qual è l’avvenire dei due popoli? Pacifico, si sa, lo dobbiamo a chi ci ha preceduto. Sapremo trarne vantaggio? E’ necessario? Io credo di sì. Non abbiamo per quei vicini l’interesse tranquillo che proviamo per gli spagnoli o gli italiani, per i polacchi o i lituani. E’ forse ancora un po’ presto per le giovani generazioni, ma il momento non verrà mai se sfruttiamo la storia in un senso sterile”. Anche la stampa tedesca si concentra sugli sviluppi della crisi irachena e sugli effetti sui rapporti tra Usa e Paesi europei. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz) del 25/1, si legge: “Sarebbe bello se la truppa di Bush imparasse che la leadership ben si concilia con il rispetto per gli alleati e che non tutti gli argomenti europei sono impregnati di debolezza e “pacificazione”. Da noi, i politici debbono capire che si può essere partner solo se si ha qualcosa di più da offrire oltre a musi lunghi, negazione dei problemi ed autocompiacimento”. Sulla Franfkurter Rundschau del 28/1, Rolf Paasch commenta: “ Un dittatore che minaccia di morte i suoi scienziati in caso di risposte sincere e che proibisce agli ispettori Onu voli di ricognizione senza equipaggio, ha sicuramente qualcosa da nascondere. Ma dietro le quinte del consiglio di sicurezza dell’Onu, da tempo non si tratta più di onere della prova, ma di interessi nazionali e di posizioni diplomatiche“. Günther Nonnenmacher scrive sulla Faz del 29/1: “Vale la pena di condurre una guerra per intronizzare, dopo la caduta di Saddam, una persona del suo seguito, meno sgradita di lui? L’idea di trasformare l’Iraq in un protettorato, assicurato militarmente dall’America e amministrato dall’Europa fino a trasformarsi in una democrazia araba modello, è avventurosa. Perciò – conclude l’articolista – la combinazione di minacce ed ispezioni, di sanzioni economiche ed arginamento militare al fine di ottenere il disarmo sembra essere attualmente il male minore, rispetto alle imponderabilità di un conflitto”. Concludiamo con “El Pais” del 28/01 che sulla crisi Usa-Iraq scrive: “La logica più elementare richiede che il Consiglio di sicurezza abbia delle prove prima ancora di pronunciarsi. Se Washington ritiene di averle, come da più parti si afferma, deve mostrarle. Pur indecente che sia il regime di Saddam, la comunità internazionale non può legittimare una guerra con le informazioni al momento disponibili”.