editoriale" "
Nel maggio 2004 gli attuali quindici paesi della Comunità aumenteranno a venticinque mentre nel 2007, si “prevede” l’ingresso di altri due Paesi. Anche sul piano economico non si aspettano risultati spettacolari a breve termine: lo conferma lo stesso rapporto intermedio sulla coesione ecomonca e sociale presentato in questi giorni a Bruxelles.
Il commissario Pedro Solbes ha recentemente dichiarato al periodico tedesco Handelsblatt che saranno necessari “almeno vent’anni, come media, perché i dieci nuovi membri dell’UE raggiungano il livello economico dei paesi membri attuali”. I dati che possono confermare questa affermazione di Pedro Solbes sono preoccupanti. La Commissione europea ha appena pubblicato le sue “Previsioni Economiche Autunnali 2002-2004 per i Paesi candidati”. In questo studio si indica, per esempio, che “durante gli ultimi dieci anni, gli intensi processi di ristrutturazione hanno provocato una riduzione dell’occupazione”. Nei dieci Paesi aspiranti, nell’insieme, l’occupazione è scesa dello 0,9% nel 2001 e dello 0,7% nel 2002. Un lieve ricupero è atteso per il 2003.
Secondo un rapporto della Commissione dell’Ue tra tutti gli Stati candidati, soltanto la Slovenia e Cipro sono preparati ad affrontare sin d’ora la situazione concorrenziale derivante dal fatto che l’Ue costituisce, dal 1 gennaio 1993, un autentico mercato unico. Alain Beuve-Mery in un articolo su Le Monde il 10 dicembre 2002, aggiunge che “il resto – cioè i Paesi che non sono Slovenia e Cipro – dovrà superare carenze amministrative soprattutto nel settore della giustizia, debolezze nella lotta alla corruzione, la frode e la criminalità economica e, infine, superare lo scoglio di alcune ristrutturazioni industriali ancora non completate”. I dieci paesi, d’altra parte, rappresentano il 20% della popolazione degli attuali 15 Paesi membri Ue, ma insieme arrivano al 4% del Pil attuale dell’Ue.
Questo però non significa necessariamente che stia sorgendo un problema, in quanto, a causa della loro competitività e dello sviluppo dei loro mercati interni – secondo quanto ha segnalato il Centro Studi e Ricerche Internazionali (Ceri) – “Le economie dei paesi dell’Europa centrale non sono crollate, hanno anzi sofferto solo relativamente, a causa della crisi che colpisce i loro vicini occidentali, a dispetto della loro forte dipendenza dall’Ue”.
Ovviamente, è anche presente negli osservatori il ricordo della difficilissima assimilazione resa necessaria, per la Germania, dall’incorporazione dei Länder orientali. Nello stesso contesto, la Germania, anche a causa di questo, tra gli altri motivi, soffre di seri problemi nel suo settore pubblico, rischiando di non essere in grado di adempiere quanto richiesto dal Patto di Stabilità e Crescita. In queste condizioni, l’aiuto che può venire dall’Europa ricca a beneficio dei nuovi venuti, non solo sarà scarso, ma più di un Paese sperimenterà un autentico sconvolgimento come conseguenza di questa integrazione. Tuttavia, detto questo, si può pensare a qualche valida alternativa? Una cintura orientale mendicante in Europa non porterebbe forse una profondissima instabilità? Probabilmente ci stiamo preoccupando in modo eccessivo: Gioachino Fraenkel quando nel volume “Quale governo per l’Europa?” (Edizioni Scientifiche Italiane, 2002) ci ricorda: “La Comunità europea, che si muove a tentoni e inciampando, sta mettendo in piedi, gradualmente, sin d’ora, strutture nuove inserite in un complesso mondo che ha al suo interno molteplici forze che avanzano verso una sintesi”.