editoriale" "

Con serenità e lungimiranza” “

Nel cruciale dibattito sulla guerra all’Iraq manca il soggetto europeo. E se ne avverte molto la mancanza. La questione è ancora aperta, e questo dato si intreccia con il cammino della Convenzione, che proprio in questi giorni, di fronte ad eventi che appaiono cruciali per ridisegnare il quadro delle relazioni internazionali nel nuovo secolo, entra nel vivo.
Ogni testo, e soprattutto il testo di una costituzione, è figlio del suo tempo. E’ tanto più duraturo in quanto riesce ad esprimere il suo tempo proiettandolo nel futuro, ancorandolo a saldi principi, ad un preciso soggetto costituente, ad un respiro di civiltà capace per questo di respiro, di prospettiva. Il fine dalla Convenzione non è evidentemente il testo di una Costituzione; così il primo testo proposto è una buona base di partenza per disegnare la cornice delle “politiche degli stati membri”, come peraltro si legge nell’articolo 1. Ma l’ambizione – probabilmente le attese – sono maggiori: si tratta infatti di definire se non una Costituzione, quantomeno un orizzonte costituzionale.
Qui, in questo incrocio complesso, in questa contraddizione che peraltro è tipica del processo di costruzione europea e della sua originalità, sempre sospesa tra le pulsioni ideali e gli interessi reali, si colloca il tema del riconoscimento dell’identità e della soggettività delle Chiese e del patrimonio cristiano.
Se si deve arrivare ad una costituzione non si può eludere la questione del soggetto costituente, del suo patrimonio di valori, della sua identità e della sua proiezione verso il futuro. Sia che si ragioni in termini costituenti, che nei più modesti, ma necessari termini di riarticolazione dei trattati, non si può eludere la questione dell’articolazione pluralistica della società europea, con il riconoscimento della soggettività delle istituzioni religiose e dell’affermazione della libertà religiosa. Bisogna dunque intervenire per colmare le evidenti lacune che la prima ipotesi di articolato presenta con tutta evidenza ed occorre farlo con serenità e lungimiranza.
Sono dunque tre punti tra loro connessi, anche se distinti. Il primo è la menzione dell’identità cristiana dell’Europa e dunque della stessa Unione come soggetto istituzionale e costituzionale. Alla radice di questa richiesta, più volte reiterata dal Papa, non c’è alcuna rivendicazione. Non si tratta di mettere assolutamente in discussione il carattere laico delle istituzioni politiche, che peraltro è una delle conquiste della democrazia occidentale proprio alla luce della distinzione evangelica. Dal punto di vista cattolico, come spesso ha sintetizzato Giovanni Paolo II è un modo per “dare ai valori quel radicamento profondo di tipo trascendente che s’esprime nell’apertura alla dimensione religiosa”. Certo può essere facile da affermare e meno da tradurre in espressione costituzionale, ma si tratta, non solo nella prospettiva della memoria o dell’identità, ma in quella dello sviluppo futuro, di uno dei passaggi qualificanti per delineare l’avvenire della democrazia, oltre le secche del materialismo che sempre, in forme diverse, si riassume nella legge del più forte.
In quest’ottica si collocano anche gli altri due connessi temi dell’affermazione della libertà religiosa e del riconoscimento della salvaguardia dell’identità specifica e del ruolo sociale delle Chiese e delle confessioni religiose. Certo nulla sembra al presente ostare al riconoscimento della libertà religiosa nei paesi membri dell’unione, ma resta il fatto che la libertà religiosa è il più solido fondamento e il miglior presidio di tutte le libertà e dunque dell’edificio democratico. Inoltre il principio di sussidiarietà, pure giustamente riaffermato nella prima bozza prodotta dalla Convenzione, non può semplicemente applicarsi ai soggetti locali, statali e comunitari delle politiche pubbliche, ma implica la valorizzazione ed il riconoscimento del vivace pluralismo sociale ed istituzionale tipico della società europea. Di questo a pieno titolo sono espressione le Chiese, che per questo devono essere adeguatamente valorizzate. Esse infatti non possono essere ridotte a mere entità private, senza penalizzare fortemente proprio l’impianto stesso della democrazia europea, la sua originalità, e di conseguenza la sua responsabilità di fronte ad un mondo che attende più che mai un nuovo baricentro.