Un’Europa divisa e un’opinione pubblica mondiale che si mobilita per la pace: sono questi i due temi della crisi Usa-Iraq maggiormente sottolineati dai principali quotidiani internazionali di questi giorni. “Iraq: l’Europa tra Chirac e Blair”, è ad esempio il titolo di apertura di Le Monde (18/2), che però il giorno dopo (quello del vertice dei Paesi dell’Unione europea a Bruxelles) apre esclamando: “L’Europa intima all’Iraq il disarmo”, e commenta: “I Quindici hanno messo una sordina ai loro disaccordi sulla crisi irachena”, adottando “un testo comune che raccomanda la ricerca di una soluzione pacifica nel quadro dell’Onu”. L’Iraq è “un test per l’Unione europea”, fa notare La Croix (18/2), in un editoriale in cui Bruno Frappat esordisce: “L’Unione europea non deve diventare la prima vittima ‘collaterale’ di un’eventuale guerra. La successione di avvenimenti diplomatici, politici…e polemici, intervenuti dopo il voto unanime, l’8 novembre, della risoluzione 1441 del Consiglio di sicurezza, resterà nella storia continentale come una crisi di una rara intensità”. Il “parossismo delle divisioni”, secondo il quotidiano cattolico francese, si è raggiunto alla vigilia delle manifestazioni del 15/2 , che invece “per la loro ampiezza, a condizione che prevalga il buon senso, dovrebbero avere come conseguenza logica una flessione delle posizioni” adottate da quei Paesi europei favorevoli ad un eventuale conflitto armato in Iraq. Secondo l’ Herald Tribune (19/2), “sarebbe un errore non riconoscere che Francia, Germania e altre diplomazie che si oppongono ad un immediato ricorso alla forza stiano agendo non semplicemente per puntiglio personale o risentimento per il potere americano. Le dimostrazioni contro la guerra in tutto il mondo hanno dimostrato un timore pubblico diffuso”. Gli sforzi per evitare la guerra in Iraq e le manifestazioni per la pace occupano buona parte delle pagine dei giornali tedeschi. Sull’attività pacificatrice di Giovanni Paolo II, la Süddeutsche Zeitung del 15/2 annota: “ Il Papa si rivela global player di alta professionalità sulla scena politica mondiale”. ‘Mentre gli attori secolari si ingarbugliano nei loro interessi a breve termine”, il Pontefice “fissa criteri dell’umanità che si contano in eternità. Mentre il presidente Usa George W. Bush crea l’atmosfera da fondamentalista protestante, egli si muove senza paraventi ideologici sul suo fondamento solido della fede, nella consapevolezza anche degli errori compiuti in passato in nome della fede”. Sulla Frankfurter Rundschau del 17/2, Dietmar Ostermann scrive : “Da Berlino a Londra, da Melbourne a New York, i milioni di persone scese nelle strade sono solo l’avanguardia di un’angoscia diffusa in tutto il mondo, che va oltre l’Iraq. è la paura che all’inizio del 21mo secolo, il mondo abbassi troppo presto le armi diplomatiche per rifugiarsi nella logica militare, non come ultimo strumento giustificato in casi eccezionali, ma come mezzo apparentemente più semplice”. Sulla manifestazione in Germania, Mark Siemons della Frankfurter Allgemeine Zeitung del 17/2 scrive: “Persone di diversa provenienza hanno manifestato di non essere convinte delle ragioni ufficiali della guerra annunciata. Non hanno tanto manifestato per il governo, quanto piuttosto per valori universali, che legano il mondo nuovo al vecchio. Pertanto, questa giornata non ha segnato il trionfo del movimento pacifista nel senso di un mondo di vita alternativo. Se trionfo c’è stato, allora a trionfare è stata la democrazia”. “La crociata di George W. Bush“, titola in copertina il settimanale “ Der Spiegel” del 17/2, che dedica un servizio ai contenuti religiosi dei discorsi del presidente americano: “ Con l’attacco a Baghdad, il presidente Usa vuole compiere una missione divina. Raramente gli interessi nazionali di potere e bigotteria fondamentalista si sono uniti così profondamente nell’America credente”, scrivono Hans Hoyng e Gerhard Spörl. “ Quanto più si avvicina la guerra contro l’Iraq, tanto più spesso il presidente parla della sua fede e dei suoi valori. Sostiene che le sue azioni sono influenzate profondamente dalla sua fede. In America si dà per scontato che in tempi di crisi nazionale il presidente si trasformi in un predicatore che offre conforto e forza”.