“L’altra America”. E’ il titolo di un editoriale di Le Monde (25/2) dedicato alle manifestazioni contro la guerra che “hanno riunito milioni di persone nel mondo intero”, lo scorso fine settimana, ricordando che “esiste un’altra superpotenza a fianco degli Stati Uniti: l’opinione pubblica”. Intanto, si acuiscono le divisioni all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, come fa notare lo stesso quotidiano francese il giorno dopo (26/2), quando sintetizza la crisi irachena parlando di due partiti contrapposti: i sostenitori di una “risoluzione per la guerra” (Stati Uniti, Regno Unito e Spagna) e quelli di un “memorandum” per la pace (Francia, Germania e Russia con il sostegno della Cina). Un “testo anodino”: così Corine Lesnes, nell’articolo in questione, definisce il progetto di una nuova risoluzione dell’Onu auspicata da Usa, Gran Bretagna e Spagna. Un Consiglio di Sicurezza “visibilmente” attraversato da due tendenze contrapposte rappresenta “la più remota speranza di portare l’Iraq ad un disarmo pacifico”: è l’analisi dell’ Herald Tribune (26/2), secondo cui “sembra inconcepibile che senza la spinta di quest’ultima risoluzione l’Iraq si converta al disarmo. Che è poi il presupposto che sta al fondo dell’ultima proposta di Francia, Russia e Germania. Di fronte all’ostruzionismo di Baghdad, il Consiglio ha bisogno di riunirsi e di andare oltre i suoi fermi avvertimenti dell’ultima volta”. “Le grandi manifestazioni del 15 febbraio contro la guerra americana in Iraq – si chiede Bruno Frappat su La Croix (25/2) – avranno ridotto i rischi del conflitto o non saranno servite altro che a guadagnare tre settimane?”. Il 7 marzo, secondo il quotidiano cattolico francese, è la nuova “data decisiva… A partire da quel giorno, l’America potrà partire in guerra legittimata oppure farla senza domandare più niente all’Onu”. Prime pagine alla crisi irachena anche per la stampa tedesca. Sulle trattative tra Usa e Turchia circa l’uso del territorio caucasico per un eventuale attacco all’Iraq, Cristiane Schlötzer scrive sulla Süddeutsche Zeitung del 21/2: “ La Turchia esita a dare il lasciapassare all’esercito Usa perché teme che Washington non mantenga le promesse di natura politica e finanziaria, come nel 1991 dopo la guerra del Golfo. Per questo, ora Ankara vuole una garanzia scritta degli aiuti miliardari a copertura dei danni economici. Ma si tratta anche di altro”. “ Il governo Erdogan deve offrire qualcosa alla popolazione islamica, contraria nel 95 per cento dei casi ad una guerra come soluzione del conflitto, per convincerla del fatto che gli argomenti strategici pesano di più della loro stessa convinzione”, aggiunge Rolf Paasch sulla Franfurter Rundschau del 22/2. Circa le differenze tra Bush e la politica dell’ex presidente Usa Clinton, sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung del 24/2 si legge: “Bush… ha costretto la comunità internazionale ad occuparsi dell’Iraq, anche se molti sono del parere che si tratti di una priorità strategica sbagliata. Ora obbligherà ancora il Consiglio di Sicurezza a prendere una decisione con una nuova risoluzione, che non tutti i membri vogliono deliberare. È questa mancanza di unione che spinge i falchi di Washington ad agire al di fuori del Consiglio di sicurezza. Tutti coloro che vogliono evitare un conflitto nel Golfo debbono mettere Saddam con le spalle al muro”. “Nazioni disunite”, titola Die Welt del 26/2 sulle opposte posizioni presenti in seno all’Onu. “Armi di distruzioni di massa, terrorismo, crimine e guerre di religione minacciano l’ordine mondiale – commenta Michael Stürmer -. Nonostante i difetti, però, l’Onu rimane custode del controllo degli armamenti”. Il settimanale “ Der Spiegel” del 24/2 presenta un’intervista al capo degli ispettori Onu in Iraq, Mohamed El Baradei, che parla della situazione e delle possibilità di evitare un conflitto: “Vedo ancora una possibilità per la pace. La cosa più importante è che il governo iracheno sembra aver compreso la gravità della situazione… Il ritorno degli ispettori è da attribuire all’atmosfera di minaccia militare creata soprattutto dagli Usa”, sebbene “non siamo ancora pienamente soddisfatti della disponibilità a collaborare di Baghdad”.