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L’Unione Europea ha proclamato il 2003 anno delle persone con disabilità. Mediante iniziative e progetti di varia natura l’attenzione si rivolge verso coloro che si trovano a vivere situazioni di difficoltà. (cfr. SirEuropa n.7/2003). All’inizio della Quaresima, mons. Wilhelm Egger, vescovo di Bolzano Bressanone, dedica a queste persone la sua riflessione richiamando in proposito le responsabilità della società, delle istituzioni e, in particolare, della comunità cristiana.
Persone con diversa abilità sono state considerate per lungo tempo quasi come cittadini “invisibili” ed è con gioia che vanno rilevati i molti sforzi compiuti per aiutarli ad uscire dall’isolamento.
L’esperienza di sentirsi accolti e di potersi mostrare in pubblico è per il disabile una necessità vitale come per tutti gli altri. Sono essi stessi a ripeterlo in continuazione. Se diventassimo persone di riferimento, che sanno accettare e prendere sul serio questi nostri fratelli, riusciremmo ad alleviare la sofferenza e a rendere la loro situazione un po’ più sopportabile.
I “divers-abili” come oggi si tende a dire – hanno spesso l’impressione che la loro situazione e il loro stato di vita siano conosciuti troppo poco. Un’indagine dell’Unione europea ha messo in evidenza che c’è ancora molto da fare in proposito. Gli interessati sono dell’opinione che la mancanza di aiuto che essi spesso sperimentano potrebbe essere superata da una maggiore informazione. Conoscere ciò di cui il nostro prossimo ha bisogno ci mette in grado di aiutarlo con maggiore facilità. Qui non si tratta semplicemente del superamento delle barriere architettoniche e dell’impegno per garanzie di natura sociale; si tratta soprattutto di abbattere le barriere presenti nel nostro cuore. In molteplici forme la mano pubblica e iniziative private si impegnano, collaborano e prestano aiuto ai portatori di handicap. Essi però desiderano non solo sperimentare un aiuto; vorrebbero anche, nei limiti delle loro possibilità, condurre una vita autonoma. Per questo hanno bisogno del nostro sostegno e del nostro aiuto ad attuare il loro desiderio di autonomia. Li riempie di gioia quando possono personalmente collaborare, assumersi delle responsabilità ed essere a loro volta utili a qualcuno.
Le persone con diversa abilità desiderano che la comunità, in particolare la comunità cristiana, le accolga nei suoi organismi e gruppi di lavoro, hanno piacere di poter stare insieme, di esprimere la propria opinione e di sentirsi considerati a pieno titolo membri della comunità. Sarebbe bello inoltre se i “divers-abili” non trovassero in nessun luogo sulla loro via barriere architettoniche. Bisogna però superare anche altri ostacoli. Spesso infatti risultano di ostacolo ad un sereno rapporto con queste persone la nostra insicurezza e il nostro non sapere in che modo prestare loro aiuto. Per paura di fare qualche cosa di sbagliato non abbiamo il coraggio di andar loro incontro. A tale proposito una visita, un colloquio, due passi fatti insieme, la partecipazione comune ad una manifestazione o ad una celebrazione religiosa possono segnare l’inizio di una relazione arricchente per entrambe le parti.
La madre di un figlio “portatore di un grave handicap” mi ha scritto una volta che cosa si aspetterebbe dal sacerdote: “Il parroco dovrebbe fare visita in casa a persone disabili, dare ad esse il senso del loro valore e della loro condizione di figli di Dio e invitarli alle celebrazioni liturgiche”. È compito e impegno di tutta la comunità parrocchiale creare un clima nel quale tutti senza eccezione possano sentirsi a casa loro: in chiesa, nella preparazione ai sacramenti, nelle feste comuni.