editoriale" "
Il nuovo secolo, appena nato da tre anni è cominciato male, sotto il segno della violenza estrema degli attentati dell’11 settembre 2001, sotto il segno della guerra. Il nostro mondo sembra entrato in una fase terribilmente pericolosa, dominata da una cultura del conflitto, che è una cultura della crociata che strumentalizza le religioni per meglio giustificarsi. Si tratta di un’alleanza obiettiva degli integrismi: all’esaltazione degli islamisti dello jihâd come guerra santa contro tutti i non musulmani, risponde la sottrazione biblica degli eventi politici dal fondamentalismo protestante americano ed un’interpretazione sionista della Torah. Il politico non è più separato dal religioso e gli estremi si giustificano reciprocamente dei propri eccessi.
Anche in Europa, in tale contesto dei governi si sono mobilitati, delle folle numerose hanno manifestato, non in nome di un pacifismo pronto a cedere su tutto, come a Monaco nel 1938, ma in nome di una certa idea delle relazioni internazionali e del diritto, che vuole fare dell’Onu l’arbitro supremo. Squilla soprattutto con una forza singolare la voce di Giovanni Paolo II che, come i suoi predecessori di fronte alle guerre e alle tensioni internazionali, non smette mai di ripetere il suo rifiuto dell’ingranaggio assurdo, il suo rifiuto di un destino funesto che sarebbe quello della guerra, dello scontro delle civiltà: un anno fa, accoglieva ad Assisi i rappresentanti delle grandi religioni del mondo. In questi giorni in cui l’Onu è così sollecitata, come non ricordare il grido che Paolo VI lanciò all’Assemblea delle Nazioni Unite il 4 ottobre 1965, di San Francesco d’Assisi : “Mai più la guerra! Mai, mai più”.
La guerra può essere un male necessario, e sappiamo che la guerra contro il nazismo non era evitabile, e ricercare la tranquillità con Hitler al prezzo di tanti abbandoni fu un errore del quale egli approfittò. Ma bisogna anche ricordare che Hitler è nato dall’umiliazione inflitta alla Germania nel 1919 e dal rifiuto dei vincitori di dialogare con i vinti, per costruire insieme una vera pace di riconciliazione. Di fronte all’Irak è stata scelta dopo il 1991 la strada dell’umiliazione, della riduzione di tutto un popolo alla miseria, quando si era manifestata altrove la più ampia comprensione per dittatori non meno crudeli di Saddam Hussein. Perchè l’Irak e non la Corea del Nord?
La storia insegna che solo il dialogo paga. Le dittature in Europa sono morte per merito del dialogo, dell’apertura, del commercio, della circolazione delle merci che apre la via alla circolazione degli uomini e delle idee. E’ vero per il franchismo in Spagna; è vero per l’Unione sovietica: vent’anni dopo gli Accordi di Helsinki del 1975, arrivava a Mosca la Perestroïka che scuoteva i fondamenti stessi del sistema comunista; venticinque anni dopo veniva la caduta del regime comunista: un regime che aveva terrorizzato durante decenni i popoli che gli erano sottomessi e le nazioni che non ne facevano parte, crollava su se stesso, senza uno sparo. Solo il dialogo è fondatore di avvenire; l’umiliazione e la violenza mantengono la paura, la vendetta, non aprono sull’avvenire ma su una strada cieca, sulla destabilizzazione delle nazioni e del mondo, sull’odio.
E’ vitale ritrovare la strada del buon senso, della saggezza e del coraggio, cioè della pace costruita giorno dopo giorno, una pace organica, fondata sulla giustizia e sul rispetto del bene comune mondiale. La crisi irachena fa dimenticare la divaricazione drammatica e intollerabile tra i paesi sviluppati sempre più potenti, padroni delle ricchezze e delle tecnologie, e il resto del mondo. Un abisso separa ormai il Nord e il Sud. Il sistema mondiale oggi non funziona: l’intensità e il carattere troppo spesso drammatico dei flussi migratori testimoniano disperazione e sentimenti d’impotenza destinati un giorno ad esplodere. E’ tempo di tornare a una politica umana basata sulla nozione fondamentale del bene comune cui la Chiesa cattolica chiama da tempo. L’Europa è attesa a questo appuntamento.