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Quotidiani e periodici” “

Un Consiglio di Sicurezza “diviso” sulla guerra, e un America sempre più determinata ad un intervento armato in Iraq (con o senza una nuova risoluzione dell’Onu): questo, in sintesi, lo scenario attuale della crisi internazionale, che continua a monopolizzare l’attenzione dei giornali . “Non si vota ancora sull’Iraq, ma Bush affonda”, titola l’ Herald Tribune del 12/3, in un articolo firmato da Timothy L. O’ Brien in cui si osserva: “Deposti i piani di cercare un voto, martedì, del Consiglio di Sicurezza su una prima bozza di risoluzione che avrebbe aperto le porte ad un attacco militare in Iraq, la Casa Bianca ha insistito di volersi assicurare un voto in questa settimana, anche se il sostegno alle sue posizioni è apparso in declino”. “Chirac dice no alla guerra americana contro l’Iraq”, è l’apertura di Le Monde (12/3), che si sofferma sull’opposizione d’oltralpe a qualsiasi proposta di nuova risoluzione Onu contro l’Iraq. Il quotidiano francese cita anche, come esempio di informazione “controcorrente”, anche la posizione assunta dal New York Times, che come ai tempi del Vietnam ribadisce la sua contrarietà alla guerra anche “in casa” degli Usa. Anche La Croix (11/3) dedica molto spazio alla crisi irachena, e parla di “scelta della Francia” a favore della pace; uno degli articoli delle pagine interne cerca, tra l’altro, di rispondere all’interrogativo sulla legittimità, o meno, della Corte penale internazionale nel “giudicare Saddam Hussein” per crimini contro l’umanità. A riflettere sugli “effetti collaterali” è anche Massimo De Angelis ( Avvenire, 12/3), in uno degli editoriali dedicati dal quotidiano cattolico italiano alla crisi irachena: “Se Bush è oggi un leader solo, ce n’è un altro più solo di lui: Tony Blair“, esordisce il giornalista, secondo il quale “Blair è andato incontro alla più classica delle eterogenesi dei fini. Se voleva rafforzare il ruolo dell’Onu e dare un’impronta riformista alla gestione della crisi irachena ha dovuto assistere alla frantumazione del riformismo europeo e forse vedrà una momentanea eclissi dell’Onu”. “Un rompicapo”: definisce così Giovanni Sartori, sul Corriere della Sera (12/3), l’alternativa tra la pace e la guerra. Se Bush “ci ha malamente incastrati“, osserva infatti il politologo, Chirac “fa altrettanta paura”, perché “può delegittimare gli Stati Uniti, ma non li può certo fermare. Può solo aprire un secondo fronte, quello della sua guerra ideologico-diplomatica contro l’America”. La discussione in sede Onu della crisi irachena è al centro dei commenti della stampa tedesca: “ Cosa lega le tre potenze con diritto di veto, impegnate da mesi in una dura lotta diplomatica contro gli americani sulla guerra e il disarmo in Iraq?“, si interroga Die Welt del 9/3. “ La risposta è tanto semplice quanto banale“, prosegue: “ Si tratta di molti soldi. Se la spuntassero Usa e Gran Bretagna, la Russia, la Francia e la Cina ne risulterebbero indebolite da un punto sia economico che strategico. I leader di molti gruppi iracheni di opposizione hanno già annunciato che dopo la caduta di Saddam Hussein non vorranno intrattenere contatti economici con gli Stati che abbiano appoggiato il regime del dittatore“. La Frankfurter Allgemeine Zeitung del 10/3 così commenta: “ Sembra difficile che questo Consiglio di sicurezza possa sopravvivere alle settimane che seguiranno. Perché ormai la discussione non è più sul comportamento giusto da assumere contro l’Iraq: (…) si tratta in realtà del potere degli Usa nel mondo. Per questo, la lite avrà ripercussioni di questa intensità. Non importa come finirà: il totale dei danni sarà alto“. Nell’edizione dell’11/3, Nickolas Busse afferma: “ Il fatto che il governo di Washington venga ostacolato persino dai suoi più stretti alleati nell’avvalersi di 17 risoluzioni Onu, verrà considerato con attenzione dai dittatori di tutto il mondo. Se persino uno come Saddam Hussein, che prende in giro le Nazioni Unite da anni, può confidare sul fatto che importanti Stati europei continuino a concedergli tempo e gioco, perché altri dittatori del suo calibro dovrebbero essere timidi nel procurarsi le armi proibite?“. Sulla Süddeutsche Zeitung del 12/3, Stefan Kornelius scrive: “ La politica estera americana ha perso il suo bene più prezioso: la legittimità della sua leadership. “ Mai prima d’ora la politica estera Usa è stata così sollecitata come alla vigilia della guerra in Iraq. Mai prima d’ora, lo squilibrio tra ambizione ed attenzione è stato così inquietante come con George W. Bush“, osserva Rolf Paasch sulla Frankfurter Rundschau del 12/3.