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Un segnale negativo ai Paesi che stanno per entrare nell’Unione e a tutti i Paesi europei ” “
“E’ il diritto delle famiglie a poter vivere insieme o degli Stati membri per poter derogare ai diritti umani?”: è la domanda critica che si pongono le organizzazioni cristiane europee attive nel campo delle migrazioni tra cui Caritas Europa, Comece (Commissione degli episcopati dell’Unione europea), Jesuit refugee service, Commissione internazionale cattolica per le migrazioni (Icmc), Quaker Council for European affairs sulla nuova direttiva sui ricongiungimenti familiari varata il il 27 febbraio scorso dal Consiglio europeo per la giustizia e gli affari interni. La direttiva elenca una serie di requisiti e regole per l’esercizio del diritto alla riunificazione delle famiglie degli immigrati cittadini dei Paesi terzi e residenti nell’Unione europea. Tra queste, la possibilità di chiedere il ricongiungimento anche per un partner convivente ma non per un matrimonio poligamico, i motivi per cui la richiesta può essere rifiutata (pubblica sicurezza, salute pubblica, matrimonio con un’altra persona, informazioni false o documenti falsificati, ecc.) e la prerogativa, per gli Stati membri, di richiedere informazioni e investigare sulle persone in esame. In più, la direttiva consente ai Paesi membri di “derogare” dal diritto della famiglia di riunificarsi con i figli al di sopra dei 12 anni, richiedendo prove integrative. Un Paese membro può anche limitare il diritto a chiedere la riunificazione per i bambini al di sotto dei 15 anni. Le organizzazioni cristiane accusano la direttiva di non prendere in considerazione “gli standard richiesti dagli strumenti internazionali per la tutela dei diritti umani”, in quanto le regole sono troppo restrittive. “Sfortunatamente afferma Denis Vienot, presidente di Caritas Europa il risultato finale è molto scoraggiante. Una direttiva che intendeva stabilire i diritti alla riunificazione familiare per gli stranieri residenti nell’Unione europea, di fatto prevede una moltitudine di possibilità affinché gli Stati membri restringano questo diritto”. In particolare, viene contestata la possibilità di “escludere dalla riunificazione i bambini al di sopra dei 12 anni o costringerli a lunghissimi periodi di attesa” e “l’esclusione di persone che ricevono un sussidio sociale”. “Adottando questa direttiva precisano le organizzazioni gli Stati membri vengono meno alle loro responsabilità nell’adeguarsi agli standard internazionali dei diritti umani nel processo di armonizzazione della legislazione dell’Unione europea. Questa responsabilità è ancora più grande se si considera il ruolo guida dell’Unione europea nel quadro dell’allargamento. La direttiva dà un segnale negativo ai Paesi che stanno per entrare nell’Unione e a tutti i Paesi europei”.