" "editoriale" "

La ragione, prima vittima” “

Un bossolo con un minuscolo ramoscello al posto del proiettile.
Una scritta: “Un fiore… da un oggetto di morte”.
Una firma: “I ragazzi d’Albania, ambasciatori di pace”.
Formano un piccolo calendario. Lo ha portato in redazione una mamma albanese fuggita dalla sua terra rischiando la vita con i due figli nell’attraversare il mare su un gommone di disperati e sfruttati. “Sapevo del pericolo, tenevo stretti i ragazzi disposta a morire con loro, per loro”.
Esperienze che hanno portato e portano terrore, angoscia e forse anche odio negli occhi di bambini e ragazzi statunitensi, iracheni, palestinesi, israeliani…
Neppure gli occhi dei piccoli cittadini europei rimangono del tutto illesi perché il messaggio della guerra attraversa fulmineo spazio e tempo.
Forse, ci si dovrebbe commuovere di meno nel guardare foto e immagini televisive che mostrano lo scempio della speranza in molti angoli del mondo e si dovrebbero custodire i piccoli con più lealtà.
Alle nuove generazioni la ragione degli adulti dovrebbe, ad esempio, spiegare perché nel 2003, raggiunti tanti progressi scientifici e tecnologici, l’uomo è ancora incapace di risolvere i conflitti con una risposta non violenta.
La ragione, nelle sue declinazioni culturali politiche ed economiche, rimane la prima vittima della guerra, come avvenne non molto tempo addietro anche in Europa.
“Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me che non hanno avuto questa esperienza, mai più la guerra…”: Giovanni Paolo II, domenica 16 marzo, ricordando quella tragedia non ha gridato per salvare solo i cristiani minacciati in molte parti del mondo. Ha alzato la voce per difendere la vita e la dignità di tutti gli uomini e di tutte le donne del mondo nel rispetto delle diverse religioni, culture, storie, civiltà…
Sembrava che non fosse più necessario sottolineare l’universalità e la laicità del messaggio cristiano e invece così non é.
Si vorrebbe il Papa schierato. Altrimenti, si conclude, è fuori dal mondo.
Vecchio esercizio ideologico, impraticabile – nonostante i tentativi – anche a proposito dell’ultimatum Usa all’Iraq.
“Quando si dichiara che sono esauriti tutti i mezzi pacifici che il diritto internazionale mette a disposizione, si assume una grave responsabilità di fronte a Dio, alla coscienza e alla storia”: la Santa Sede non ha rivolto questo monito in un’unica direzione, ad una sola persona. Nessuna delle parti in causa può sentirsi estranea a una affermazione con la quale, anche in nome della ragione, si chiede il rispetto e si sostiene il rafforzamento di organismi internazionali costituiti per la tutela dei diritti umani, la pace, la giustizia.
Chi li ricostruirà, quanto tempo sarà necessario per riportarli alla credibilità, all’autorevolezza, all’efficacia?
Neppure l’Europa, nelle sue espressioni nazionali e comunitarie, è fuori dalle “responsabilità di fronte a Dio, alla coscienza e alla storia”. Ne sono, tra le altre, una prova i suoi mercati finanziari che “si infiammano, scommettono su una guerra rapida, reagiscono alla fine dell’incertezza”.
Questa non è l’Europa che la gente pensa, non è l’Europa che può appassionare e impegnare le nuove generazioni.
Quel bossolo con minuscoli fiori è il segno di una ragione sconfitta. Ancora non è il segno di un futuro di pace e di giustizia che vorremmo fosse già oggi.