L’imminente guerra in Iraq domina le prime pagine della stampa tedesca. “ La speranza di Berlino che dopo una guerra vincente il governo americano si mostri improvvisamente “pentito”, ritirandosi dopo essere intervenuto con tale freddezza contro Baghdad, mostra come le illusioni di ieri originino già le illusioni di domani“, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung del 17/3. “ Non saranno gli Stati Uniti a dover strisciare chiedendo perdono… perché dovrebbero? Schröder dovrà aggiustarsi da solo la porcellana che ha infranto“. Sulla Süddeutsche Zeitung del 19/3, Stefan Kornelius osserva: “ Gli Usa condurranno una guerra senza l’appoggio della comunità internazionale, senza una sufficiente legittimazione da un punto di vista del diritto internazionale, senza una ragione conclusiva. […] è troppo poco per seguire il presidente in questa che è probabilmente la decisione più importante della sua vita. Bush è solo, e la sua solitudine aumenterà, se la guerra farà molte vittime, se durerà a lungo e se porterà a tutti gli scenari di terrore, previsti dagli àuguri. Ma anche se Bush avesse successo, persino se l’Iraq dovesse capitolare velocemente e la banda di Saddam dovesse scomparire per sempre anche in questo caso, la legittimità di Bush e l’autorità dell’America non saranno ripristinate“. “ Come previsto, con questo conflitto George W. Bush si è giocato la possibilità di diventare uno statista deciso e contemporaneamente assennato“, commenta Wolfgang Storz sulla Frankfurter Rundschau. “ Al presidente Bush si sarebbe riconosciuta la vittoria di aver imposto il disarmo in virtù della minaccia militare da egli inscenata e senza la guerra. Ma non poteva andare così, perché non si muove nella sfera complessa della Realpolitik, quanto piuttosto in un mondo suddiviso troppo chiaramente e semplicisticamente tra bene e male, che non conosce differenziazioni“. “ Gli Usa hanno le armi più moderne del mondo, controllano il commercio mondiale: chi li può fermare?”, chiede il settimanale Der Spiegel del 17/3. “Ma nella storia mondiale, più di un impero all’apice del suo potere ha commesso un errore decisivo, trasformando amici in nemici… Vi sono indizi che mostrano che l’intervento robusto dell’America contro le regole della comunità mondiale possa segnare anche l’inizio della sua decadenza“. La Chiesa è, in questo momento, “l’istituzione che si manifesta nitidamente come la non-servitrice di nessuna ideologia né interesse economico, che non difende la pace in termini strumentali, ossia per utilizzarla a favore di un blocco contro l’altro”. E’ l’analisi di Josep Mirò i Ardevol, nell’editoriale pubblicato nei giorni scorsi sul portale cattolico catalano “ E-cristians. com“, che riflette sulla enorme partecipazione di gente alle manifestazioni per la pace che si sono svolte in tutto il mondo il 15 febbraio scorso e sul ruolo della Chiesa. “Le bandiere di partito, dei movimenti sociali e i membri delle organizzazioni che promuovevano l’iniziativa – osserva Mirò i Ardevol -, mai sarebbero riuscite a richiamare e mettere insieme tanta gente così diversa. Si è trattato di una categoria al di sopra di tutte le ideologie. Una categoria non ideologica; ossia che non rinchiude la realtà in una idea predeterminata, ma semplicemente esprime la realtà stessa, in questo caso la condizione morale”. Esprime, cioè, “una necessità morale nel suo stato più puro”. Considerazioni, queste, da “non interpretare come l’intenzione di attribuire alla Chiesa l’esclusiva del discorso morale”, precisa l’editorialista, ma che servono a far notare come la Chiesa, in questo momento, sia al di sopra di “ideologie e interessi economici che a volte difendono la pace in termini strumentali”. La Chiesa, aggiunge, “rifiuta” di trasformare la pace “in un’arma per il dibattito politico, come è successo al parlamento spagnolo, incapace di trovare un minimo punto di incontro tra tutti i partiti politici”. “E’ curioso – conclude – che in una epoca in cui i discorsi sono così deperibili, le mode così fugaci, e gli imperativi categorici così blandi, la Chiesa alimenti il suo discorso in favore della pace e lo trasformi nel fulcro dell’attenzione del mondo, proclamando le stesse parole che le furono affidate da Gesù Cristo 2000 anni fa”. “Eccoci dunque sulla soglia di questa incertezza che contiene una sola certezza: le guerre di domani sono contenute nelle guerre di oggi”. Lo afferma Bruno Frappat, direttore del quotidiano cattolico francese La Croix ( 18/3), chiedendosi se i dirigenti delle grandi democrazie abbiano valutato le conseguenze della guerra all’Iraq: “La verità ci obbliga a dire che, fino all’ultimo momento della loro scelta, non ci avranno convinti della legittimità di un conflitto a questo punto della nostra storia”. “Da quando inizia una guerra , si sa che gli stessi vincitori avranno bisogno, domani, del sostegno degli uomini di pace”, gli stessi che non hanno voluto ascoltare, “affinché li aiutino a sgombrare il campo dalle nuove ‘minacce’ che la loro guerra avrà sparso sulla terra”.