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Ricerca e mercato nell’Ue: la conoscenza scientifica non può essere intesa in ” “termini di profitto” “

Tra i principali obiettivi strategici dell’Europa nel campo delle scienze e delle tecnologie c’è quello di condurre i Paesi membri ad avere l’economia della conoscenza più competitiva e dinamica al mondo (cfr. pagina precedente). Colpisce il fatto che la conoscenza scientifica sia intesa in termini di profitto, mentre essa è un’attività umana, che comporta l’impegno di un ricercatore o di una équipe per far avanzare la scienza e non è un assoluto da perseguire a tutti i costi. Ci possono essere degli ambiti in cui è bene non procedere oltre nella ricerca, perché si minaccerebbe la dignità dell’uomo: pensiamo al progetto della clonazione. Forse, mai come oggi la conoscenza va difesa: da chi ne vorrebbe fare l’attività più importante dell’umanità, da chi vorrebbe ridurla a merce di scambio secondo un’ottica di neoliberismo. Sotto il profilo dei contenuti la libertà reclamata per la scienza significa indipendenza nei criteri di giudizio, al punto che è diventato rapidamente un dogma nella cultura occidentale che la scienza sia e debba essere indipendente dai valori. Significa inoltre indipendenza nell’azione, il che vuol dire che lo scienziato o il tecnico è legittimato ad agire secondo i soli criteri della sua professione. Ulteriore contenuto di tale libertà è il rifiuto di controlli o limitazioni da parte di agenti estranei. Questi punti devono essere riesaminati per le conseguenze inaccettabili di tale processo di liberazione. Pur distinguendo legittimamente tra scienza pura e scienza applicata, neppure in nome della scienza pura si può tutto. Infatti, sebbene sia assolutamente indiscutibile aspirare a conoscere quanto più è possibile, questo non lo si può fare con ogni mezzo o a qualunque costo. Nella scienza sperimentale, poi, succede che la conoscenza si acquisisca manipolando l’oggetto sottoposto ad indagine: in questo caso, ovviamente, si pone la domanda se tale operazione rispetti la dignità dell’oggetto manipolato. E nel caso che questi sia un uomo? Spesso in questo settore ci si trova di fronte a un dilemma: da un lato, si devono rispettare gli embrioni, ma dall’altro lato la scienza ha il diritto di sapere e non si possono mettere vincoli alla libertà della ricerca. Occorre chiarire che si tratta di un falso dilemma, perché la libertà della ricerca si estende tanto quanto il rispetto per l’uomo. Quando quest’ultimo viene strumentalizzato, quella libertà diviene arbitrio e prevaricazione, e lo scienziato finisce col contraddirsi. Fine della ricerca scientifica non è il sapere, come comunemente si pensa e si dice; è, invece, l’uomo attraverso il sapere, un sapere che pertanto non può volgersi contro l’uomo stesso. In una sua Istruzione la Congregazione per la Dottrina della Fede ha invitato a porre la scienza e la tecnica al servizio dell’autentico bene per l’uomo: “La scienza e la tecnica, preziose risorse dell’uomo quando si pongono al suo servizio e ne promuovono lo sviluppo integrale a beneficio di tutti, non possono da sole indicare il senso dell’esistenza e del progresso umano. Essendo ordinate all’uomo da cui traggono origine ed incremento, attingono dalla persona e dai suoi valori morali l’indicazione della loro finalità e la consapevolezza dei loro limiti. Sarebbe, perciò, illusorio rivendicare la neutralità morale della ricerca scientifica e delle sue applicazioni; d’altro canto non si possono desumere i criteri di orientamento dalla semplice efficienza tecnica, dall’utilità che possono arrecare ad alcuni a danno di altri o, peggio ancora, dalle ideologie dominanti. Pertanto la scienza e la tecnica richiedono, per il loro stesso intrinseco significato, il rispetto incondizionato dei criteri fondamentali della moralità: debbono essere cioè al servizio della persona umana, dei suoi diritti inalienabili e del suo bene vero e integrale secondo il progetto e la volontà di Dio”.