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Proseguono le prese di posizione ” “delle Chiese contro ” “la guerra e per una soluzione pacifica ” “del conflitto” “
Lo scoppio del conflitto iracheno non ha spento l’impegno e la speranza per la pace delle Chiese europee (vedi Sir 21/2003). Ancora una volta il Papa, domenica 23 marzo, all’Angelus, ha fatto sentire la sua voce a favore della pace, esprimendo ‘vicinanza e preghiera’ alle vittime della guerra e ai loro familiari. Ennesimo, accorato appello raccolto anche, tra gli altri, dai vescovi turchi, cechi, francesi, italiani, inglesi e gallesi. Turchia: pregare per le vittime innocenti ed i governanti “Malgrado i pressanti e reiterati appelli del Pontefice e della comunità internazionale – scrivono in un documento diffuso nei giorni scorsi i vescovi della Conferenza episcopale turca – una nuova guerra con tutte le sue conseguenze disastrose è cominciata in Iraq, alla frontiera del nostro Paese”. Nella dichiarazione i presuli ed i fedeli della comunità cattolica turca esprimono “solidarietà a tutti gli operatori di pace e fanno salire a Dio, unica sorgente di pace, la preghiera per le vittime innocenti di questo conflitto”. Al tempo stesso chiedono “a Dio di illuminare i Governanti della terra affinché uniscano i loro sforzi per ristabilire una pace giusta e durevole”. Unendo la loro voce a quella dei credenti iracheni e del Medio Oriente i vescovi turchi “affermano con forza che non si può giustificare la guerra invocando il nome di Dio poiché i credenti di tutti le religioni sono chiamati ad essere operatori di pace e non di distruzione e morte”. “In questo tempo di Quaresima conclude la dichiarazione solo la preghiera ed il digiuno possono ottenere dal Signore la vera conversione dei cuori per il ristabilimento dell’ordine internazionale fondato sulla giustizia e sulla pace”. Repubblica Ceca: “non è mai troppo tardi per la pace” “Speriamo che i leader politici, che hanno sulle spalle la grande responsabilità di questa scelta, abbiano deciso secondo coscienza e ne sappiano spiegare le ragioni”. E’ quanto auspicano i vescovi della Conferenza episcopale della Repubblica Ceca in un messaggio dedicato alla situazione in Iraq. Richiamando le parole del Pontefice, i presuli ribadiscono che “non è mai troppo tardi per la pace” e che le persone responsabili “hanno l’obbligo di perseguire ogni mezzo possibile il ripristino della pace, anche se ciò comporta qualche difficoltà”. I presuli insistono anche sulla necessità “di garantire aiuti umanitari sufficienti per venire incontro ai bisogni della popolazione civile”. “In questo momento si legge ancora nel messaggio vogliamo ricordare nelle nostre preghiere tutti i soldati cechi che stanno adempiendo l’impegno del nostro Paese nella risoluzione del conflitto con l’uso della forza. Ricordiamo anche le loro famiglie ed i loro cari”. “Come vescovi e cittadini di questa nazione concludono invitiamo tutte le persone di buona volontà ad unirsi in preghiera per invocare una vera soluzione pacifica del conflitto”. Francia: “uno scacco per l’umanità” “Uno scacco per l’umanità” è il parere del Consiglio delle Chiese cristiane di Francia sulla guerra in Iraq. In un comunicato comune diffuso il 20 marzo la Federazione Protestante, l’Assemblea dei vescovi ortodossi e la Conferenza episcopale di Francia dichiarano che “la guerra non era necessaria poiché altre vie restano aperte e che questa può riaccendere tensioni e contrasti tra comunità in alcuni quartieri e città della Francia. Nessuna violenza concludono piace a Dio, ed è una bestemmia per i credenti uccidere dei fratelli in nome di Dio”. Italia: “solidali con il Papa” I vescovi italiani sono “totalmente solidali con il Papa”, e auspicano che il conflitto in Iraq “abbia termine al più presto, siano risparmiate le vite umane e siano ristabiliti costruttivi rapporti internazionali”. Sono stati la guerra e l’augurio del “ristabilimento del grandissimo bene della pace”, gli argomenti di apertura e chiusura della prolusione con cui il card. Camillo Ruini, presidente della Cei, ha aperto i lavori del Consiglio permanente dei vescovi italiani, che si è svolto a Roma dal 24 al 27 marzo. “La guerra che divampa in Iraq e che turba e scuote il mondo intero ci fa sentire straordinariamente vicini e riconoscenti al Santo Padre”, ha esordito Ruini, che condivide con Giovanni Paolo II non solo l’angoscia per una guerra che “minaccia le sorti dell’umanità”, ma anche “la preoccupazione profonda di evitare uno scontro di civiltà, che potrebbe tragicamente richiamarsi a malintese motivazioni religiose”. Sul piano internazionale, secondo il presidente della Cei la guerra in Iraq è “una prova assai difficile per le Nazioni Unite, come anche per le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico e all’interno dell’Unione Europea”. Quello del presidente della Cei è, tuttavia, un invito a “non rallentare l’impegno e deporre la speranza”, partendo dalla consapevolezza che “le ragioni per le quali praticamente tutti i Paesi della terra hanno accettato di entrare a far parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite diventano sempre più forti e cogenti”. Secondo Ruini, infatti, proprio “le difficoltà attuali indicano la necessità di nuovi sviluppi di questa Organizzazione”. Per quanto riguarda i “motivi di solidarietà che legano le nazioni dell’Occidente”, secondo i vescovi italiani “conservano la loro profonda validità”, anche dopo la fine della “guerra fredda”. Le nazioni europee, in particolare, devono “superare le logiche particolaristiche” e le “divisioni” emerse nella crisi irachena, “per dotare l’Unione Europea degli strumenti idonei ad esprimersi con una voce comune sulla scena del mondo”. Inghilterra e Galles: “non è un conflitto tra religioni” “Questo conflitto non è di religione né tra religioni”, è quanto scrivono i rappresentanti delle religioni cristiana, musulmana ed ebraica in Inghilterra, subito dopo lo scoppio della guerra in Iraq. Nel documento comune, i firmatari, l’arcivescovo cattolico di Westminster card. Cormac Murphy-O’Connor, l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, il moderatore delle chiese libere reverendo David Coffey, il rabbino capo Jonathan Sacks, il presidente del Consiglio delle Moschee e l’Imam Zaki Badawi e il co-presidente di Churches Together, il reverendo Esme Beswick, invitano a “resistere” ad ogni tentativo di “lacerare” le loro comunità e indicano come esempio da seguire “gli sforzi continui fatti in Gran Bretagna per costruire una società in cui le comunità di fede possono fiorire una accanto all’altra in mutuo rispetto ed armonia”. Il loro pensiero e le loro preghiere vanno ai responsabili politici e militari “che Iddio onnipotente conceda saggezza, giudizio e compassione, alle famiglie dei combattenti, come anche ai civili innocenti che si trovano in Iraq, la terra natale di Abramo”. L’appello delle comunità religiose era stato preceduto nei giorni scorsi da altri messaggi, tra tutti quello dell’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, che proprio ad Abramo si richiama. “Assieme ad Abramo, nostro padre nella fede”, scrive l’arcivescovo di Canterbury, rivolgendosi ai primati anglicani “dobbiamo impegnarci a realizzare la città con le fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio, affinché siano manifesti i segni della riconciliazione e della giustizia”. Nonostante la sua forte opposizione alla guerra, Williams auspica che l’azione militare ormai iniziata “possa aiutare a realizzare un futuro più stabile per l’intera regione”, assicurando “giustizia per tutti” e una “sistemazione che onori la libertà e la dignità del popolo iracheno”. Sempre il primate della Chiesa anglicana, in una lettera del 23 marzo, indirizzata ai cappellani militari in servizio in Iraq, ha assicurato la sua “assidua preghiera e cura”, sottolineando la responsabilità dei cappellani, che si trovano a continuare una “lunga e duratura tradizione di cristiani in luoghi difficili e pericolosi”.