Gli Usa hanno ” “bisogno dell’Europa, l’Europa ha bisogno degli Usa” “” “
La guerra in Iraq e le spaccature interne all’Europa pongono seri interrogativi circa le future relazioni tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Se, da un lato, nessuno mette in dubbio l’alleanza transatlantica, dall’altro non è realistico pensare che il conflitto – breve o lungo che sarà – lasci inalterati i rapporti tra Washington e molte capitali europee. In merito, SirEuropa ha incontrato Simon Petermann , preside del dipartimento di scienze politiche della Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Liegi e consigliere speciale per il Medio Oriente dell’Istituto reale di relazioni internazionali del Belgio. La mancanza di intesa tra i Paesi membri in materia di politica estera e di sicurezza comune (Pesc) può costituire un ostacolo al processo di integrazione europea? “L’Europa si è profondamente divisa sulla crisi irachena. E possiamo deplorarlo. Bisogna tuttavia essere realisti: la Pesc non esiste ancora, o quanto meno non è operativa. Coloro i quali sottolineano l’incoerenza europea dovrebbero trarre degli insegnamenti dalla crisi in corso. Essa rappresenta forse un’opportunità per rilanciare l’Europa politica e di difesa. In fin dei conti, l’Europa comunitaria si è costruita anche attraversando un certo numero di crisi. Ma non si tratterà di un compito facile. Mi sembra evidente che la mancanza di intesa tra i 15 peserà sui lavori della Convenzione e sulla futura Conferenza intergovernativa. Già oggi, alcuni membri ritengono impossibile parlare di politica estera in un’Unione a 25, di modo tale che l’idea di un Trattato costituzionale che consenta ‘differenziazioni’ tra gli Stati membri prende sempre più corpo. Ciò significa incamminarsi sul cammino difficile di un’Europa a due o più velocità”. E’ possibile fare previsioni sul futuro delle relazioni transatlantiche dopo il conflitto iracheno? “E’ difficile. Le divergenze manifestatesi tra alcuni Paesi europei (Francia e Germania) e gli Stati Uniti lasceranno un segno soprattutto a livello bilaterale. Tutti sono, tuttavia, ben consapevoli del fatto che la prosperità, la sicurezza e la stabilità mondiali sono meglio garantite quando europei e americani lavorano assieme. Tutto dipenderà dal risultato della guerra contro Saddam Hussein. Se la guerra sarà breve e se gli anglo-americani conseguiranno i loro obiettivi, molti Paesi europei vorranno essere associati alla ricostruzione dell’Iraq. Ma per questo è necessario che gli americani siano disposti a ‘spartire la torta’ dei contratti per la ricostruzione anche con i Governi europei che hanno incessantemente ostacolato i loro piani. Se consideriamo uno scenario ancora più catastrofico, nel quale gli iracheni facciano uso di armi chimiche o altro, non vedo come gli alleati tradizionali degli Usa potranno restare passivi malgrado l’ostilità alla guerra della maggior parte delle opinioni pubbliche europee”. Ritiene che l’Europa possa costruire il proprio futuro politico ed economico in contrapposizione agli Stati Uniti? “Non credo sia possibile. E’ auspicabile che il legame transatlantico sia rafforzato in un mondo da far fronte a nuove sfide, una su tutte il terrorismo internazionale. Bisognerebbe, comunque sia, ridefinire le relazioni transatlantiche. L’Unione Europea non può costruirsi in opposizione agli Stati Uniti. Non dimentichiamo che l’America ha bisogno dell’Europa (ad esempio sul piano degli scambi commerciali) tanto quanto l’Europa ha bisogno dell’America. Inoltre, condividiamo valori comuni malgrado il fossato tra le due sponde dell’Atlantico pare divenire sempre più largo e profondo”.