” “Quotidiani e periodici

Guerra e informazione, scenario “virtuale” e terreno “reale” degli scontri: sembra essere questo il binomio su cui si interrogano i principali quotidiani internazionali, impegnati ad analizzare il conflitto in Iraq, che dal 20 marzo monopolizza l’attenzione degli “addetti ai lavori” e dell’opinione pubblica mondiale. “La battaglia culminante di questa campagna – assicura l’ Herald Tribune (26/3) – sarà a Baghdad e intorno a Baghdad, dove il regime rimane saldamente sotto controllo e le difese aeree della città, sebbene degradate, sono ancora funzionanti. Benché ci sia una maggiore frattura nella volontà dell’Iraq di continuare a combattere, le forze americane potrebbero trovarsi di fronte alla battaglia ‘casa per casa’ che avrebbero sperato di evitare”. “Le sfide di G. Bush”: è il titolo con cui Le Monde (25/3) sottolinea che “mai un presidente americano ha coinvolto il suo paese in un conflitto con un tale livello di opposizione. I suoi concittadini non gli perdoneranno una catastrofe umanitaria”. Secondo Patrick Jarreau, “la guerra in Iraq è una battaglia politica delicata per Bush, che bada a far avanzare nello stesso tempo, al Congresso, il suo programma conservatore. Che si tratti del divieto di alcuni metodi di aborto, della nomina dei giudici controversi, delle perforazioni petrolifere in Alaska o delle nuove riduzioni di tasse previste dal suo progetto di bilancio, il successo è diseguale, ma la pressione dell’esecutivo è forte”. Sulle immagini “choc” dei prigionieri, da una parte e dall’altra della barricata, si sofferma invece La Croix (25/3). “Gli americani, i loro alleati britannici – ma, al di là di essi, ogni uomo di cuore e di ragione – scrive Bruno Frappat – si scandalizza legittimamente di vedere beffeggiate le Convenzioni di Ginevra dagli iracheni che esibiscono i prigionieri in situazione umiliante. Così come gli iracheni avevano ragione di protestare, due giorni prima, quando le televisioni del mondo intero – senza alcun ritegno, questa volta – diffondevano ‘in circuito’ le immagini di detenuti iracheni in situazione degradante (…). Oltre alle vittime umane, questa guerra ha già, in cinque giorni, ha già screditato la legalità internazionale e la verità. Nella giungla delle menzogne, l’opinione diventa un arbitro smarrito”. Nella drammatica e confusa situazione di Bassora “ certa è soltanto la catastrofe umanitaria“, così titola il 26/3 il quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung. Nel balletto di affermazioni e smentite “ è certo soltanto che la popolazione della città si trova a soffrire enormemente per la guerra. Dopo l’interruzione dell’elettricità e degli approvvigionamenti d’acqua è minacciata dal colera e da malattie intestinali.“. Il dibattito politico che ruota attorno alla guerra e agli atteggiamenti dell’Europa vengono affrontati in un editoriale della FAZ del 25/3: ” la discussione in merito alla reazione proporzionata alla resistenza di un tiranno potrebbe portare alla spaccatura delle democrazie liberali dell’Occidente, tanto nei loro rapporti interni quanto in quelli tra i diversi Stati“. Sulla stessa linea l’editoriale FAZ del 27/3, nel quale Guenther Nonnenmacher afferma che “ l’inizio del ventesimo secolo viene fatto datare dal punto di vista politico all’anno 1914, allo scoppio della I guerra mondiale. Forse gli storici futuri dateranno la sua fine all’anno 2003, quando la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein ha inferto un duro colpo a quelle organizzazioni, la Nato e l’Ue che avevano assicurato, nella seconda metà del ventesimo secolo, al mondo occidentale il trionfo nella Guerra Fredda “Guerra senza sangue in tv” è il titolo di un articolo che appare sul quotidiano spagnolo El Paìs del 25/3, nel quale Javier Del Pino, analizza il modo in cui “le catene televisive degli Stati Uniti si sono imposte una censura per non far entrare immagini sgradevoli nelle case”: “Un cittadino americano che segue la guerra solo in televisione – scrive Del Pino – può arrivare a pensare che gli iracheni non esistano e che nelle battaglie non c’è mai sangue. Le immagini sono sempre igieniche, censurate per decisione delle emittenti”. Sul quotidiano Abc (26/3) il giurista Antonio Garrigues Walker propone invece tre idee “per evitare che le diverse letture di una inesorabile, schiacciante e dolorosa vittoria bellica provochino una pace ancora più conflittuale e pericolosa”: proteggere “l’interesse della Spagna”, “l’interesse dell’Europa” e “aiutare gli Stati Uniti ad esercitare una leadership ragionevole e controllata”. Se l’America “vuole essere un leader giusto ed efficace – sostiene il giurista – dovrà a tutti i costi cambiare molte delle sue concezioni riguardo la legittimità e la legalità internazionale. Per il proprio interesse personale dovrebbe essere la prima ad aiutare a stabilire o rafforzare organizzazioni multilaterali con ampia capacità di azione e con il necessario grado di indipendenza. Proprio per essere i più forti, sono più obbligati di altri ad impedire che prevalga la legge del più forte…”