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Balcani, l’odore della guerra” “

Il fuoco ” “della guerra cova ancora sotto la cenere” “

La condanna alla guerra in Iraq e la piena adesione agli accorati appelli del Papa per la pace giunte dai presidenti delle Conferenze episcopali dell’Europa Sud-Orientale, riuniti a Scutari, assumono un significato particolare. Arrivano infatti da Pastori di comunità inserite in Stati – come Bosnia-Erzegovina, Serbia-Montenegro (Kosovo compreso), Macedonia – pesantemente colpiti dai sanguinosi conflitti dello scorso decennio. Nei Balcani, in quella che fu la Jugoslavia, l’attacco all’Iraq è vissuto con forte apprensione. Il ricordo di morti e distruzioni è ancora vivissimo nella memoria individuale e collettiva. La tragedia iniziò nel giugno nel 1991, appena terminata la prima guerra contro Saddam Hussein, ed è proseguita per un intero decennio. Anche ora la regione fluttua in una condizione che non può dirsi di pace, ma piuttosto di “non guerra”. La Serbia, dopo l’assassinio del premier Zoran Djindjic, è in stato di emergenza, mentre in Bosnia-Erzegovina, Kosovo e Macedonia la non belligeranza è garantita solo dalla presenza dei contingenti militari multinazionali. Il fuoco, però, cova sotto la cenere. Vedendo alla televisione il sangue al mercato di Baghdad o le città irachene soffocate dall’assedio dei carri armati, torna inevitabilmente il ricordo di ciò che è successo a Sarajevo pochi anni fa. “Quelle immagini ci fanno venire i brividi alla schiena. Ci fanno rivivere la tragica esperienza della guerra in Bosnia-Erzegovina. Quei massacri tornano alla mente e provocano il rigetto assoluto di tutto ciò che ha l’odore della guerra”, sottolinea mons. Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo. Ma mons. Sudar ha timore soprattutto che il conflitto si allarghi e si trasformi in scontro tra civiltà cristiana e civiltà islamica. “Per esperienza diretta – afferma – sappiamo cosa significa una guerra tra diverse religioni. In Bosnia-Erzegovina si è tentato in ogni modo di far combattere la gente sulla base della fede. Un conflitto di religione è la peggior cosa che possa accadere”. Il vescovo parla a ragion veduta: “Tra i musulmani, che qui sono maggioranza – racconta –, prevalgono i sentimenti contro la guerra, contro gli Usa ed i loro alleati. Alcuni non sanno distinguere e si lanciano in manifestazioni di ostilità contro coloro che identificano come esponenti dell’Occidente. Di mezzo ci vanno, purtroppo, anche i cattolici. Ci sono state aggressioni verbali a suore, intimando loro di togliere il Crocifisso dall’abito e gridando: stop al terrorismo cristiano. In un paio di casi la croce è stata strappata loro. In questa realtà noi cerchiamo comunque di mantenere vivo il dialogo”. Durante la preparazione e lo scoppio della seconda guerra del Golfo da più parti si è cercato di tracciare parallelismi con i conflitti balcanici evidenziando che anche l’attacco Nato alla Serbia nella primavera 1999 era avvenuto senza il via libera dell’Onu. Si è dimenticato, però, che quell’azione era finalizzata a bloccare la pulizia etnica nei confronti degli albanesi del Kosovo. Dunque, non guerra “preventiva”, semmai tardiva, considerato che da un decennio il regime di Milosevic perseguiva una politica di aggressione ai popoli vicini. E a dare il via libera alle ostilità, nel giugno 1991, fu nientemeno che l’allora segretario di Stato americano, James Baker, quando a Belgrado definì “unilaterali” le dichiarazioni d’indipendenza di Slovenia e Croazia, seppure avvenute in maniera democratica e nel rispetto della Costituzione della Federazione jugoslava. Un paio di giorni dopo l’Armata popolare jugoslava attaccò la Slovenia. Alojz Peterle, cattolico, da pochi mesi premier, fu costretto a guidare la Repubblica in un conflitto armato. Ora, da membro della Presidenza della Convenzione europea, fa sapere da Bruxelles: “Con una più appropriata condotta politica, e soprattutto con una posizione unitaria dell’Unione Europea, sarebbe stato possibile raggiungere l’obiettivo di disarmare l’Iraq e far cadere il regime di Saddam Hussein senza il ricorso alla guerra. Mi dispiace che gli appelli del Papa non vengano ascoltati”.