“Il dottor Osama Salé è entrato con passo tranquillo nell’unità ustionati dell’ospedale Kindi e ci ha avvertito: ‘Vedrete ora la più grande tragedia del mondo'”. Pubblica una foto scioccante di un ragazzo iracheno di 12 anni – che ha perso entrambe le braccia e tutta la famiglia (padre, madre e due fratelli) a causa delle bombe angloamericane su Baghdad – il quotidiano spagnolo El Paìs del 01/04 raccontando in prima pagina “la triste storia di Alì”: “I genitori vivevano a Baghdad – scrive l’inviato Francisco Peregil – però hanno deciso di rifugiarsi in un paesino a 15 chilometri a sud della città, in campagna, per evitare i bombardamenti. Sono morti ieri alle due di notte”. Il medico teme che il ragazzo non sopravviverà: “Le ustioni sono troppo profonde”. Il settimanale americano Time (7/4) dedica un numero sostanzialmente monografico al conflitto iracheno, scegliendo per la copertina il titolo significativo di “quanto ci vorrà per vincere?”, con la foto di un soldato con gli occhi che scrutano l’orizzonte. “Quanto è preciso il bombardamento americano?”, si chiede invece l’ Herald Tribune (1/4), secondo cui “c’è un risvolto nel continuo vantarsi della precisione chirurgica degli attacchi. Accresce l’aspettativa che ogni bomba colpisca il suo obiettivo – e insulta il mondo, quando non lo fa”. “Crociata” contro la “Jihad”? A chiederselo è Henri Tincq (Le Monde,1/4), che sostiene che “ di fronte ai rischi di paralisi della guerra in Iraq, il temuto scenario di uno scontro di tipo religioso sembra già in atto”. Il vaticanista spiega in questi termini il suo assunto iniziale: “il movimento islamico non è mai stato così diviso tra, da un lato, i difensori di un riavvicinamento con le forze nazionaliste e democratiche e, dall’altro, i fautori della ‘jihad’. Ma tra il fondamentalismo evangelico americano, che guadagna terreno nella sfera cristiana, ed il fondamentalismo islamico, due visioni si scontrano, fondate sui discorsi schematici degli esegeti selvaggi e degli scrittori sacri pervertiti. E se la dimensione religiosa di questa guerra – conclude Tincq – non è certo la più immediata, né la più decisiva, potrà, un domani, servire da brace dalle conseguenze imprevedibili”. “Le guerre americane”: è il titolo di apertura di La Croix (29-30/3), in cui si fa il punto (con sei pagine di un dossier speciale) sul cammino dell’America “di guerra in guerra”, dalla conquista del Messico (1848) fino all’attuale conflitto in Iraq. Ancora guerra sulle prime pagine della stampa tedesca. “ Tabella di marcia per la pace” titola l’articolo della Faz del 31/3, firmato da Jörg Bremer dove si parla dei possibili legami tra la guerra irachena e la risoluzione del conflitto israeliano-palestinese “ il governo israeliano si oppone al collegamento dei due conflitti e non vuole pagare il prezzo per l’operazione americana in Iraq“. D’altra parte, “ anche Arafat lega i due conflitti” e, per quanto “ cerchi di contenere le manifestazioni pro-Saddam, il popolo palestinese brucia“. Sullo stesso quotidano l’editoriale del 2/04 in copertina si sofferma sul doloroso stato attuale del conflitto: “ il terribile incidente nei pressi di Nadschaf ha mostrato che tutte le guerre si somigliano, che vengono commessi errori, che possono esserci conseguenze terribili per la popolazione, ma anche per i soldati” e conclude, a proposito della valutazione prebellica americana affermando che “ se tuttavia erano state celate le difficoltà di questa guerra per avere maggior supporto politico, si è trattato di atteggiamento irresponsabile“. Forti critiche all’atteggiamento di George Bush sono state rivolte anche dal Presidente tedesco Johannes Rau. Sul Financial Times Deutschland del 1/04 Jens Tartler e Joachim Zepelin commentano, a proposito dell’intervento di Rau in una trasmissione televisiva, che “ le aspre, esplicite critiche al presidente Usa sono insolite per un presidente”. Anche il settimanale Spiegel del 31/3 parla di “ Superpotenza nella sabbia – la stagnante guerra lampo americana” e dedica una rassegna di articoli al tema: “ Resistenza miglio dopo miglio” sulle decisioni in merito alle tattiche militari da intraprendere in questa fase; “ Un’estraneità abissale” sul’atteggiamento dei civili nei confronti dei soldati americani, “ che faticosamente devono apprendere che non saranno considerati dei liberatori“.