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Tre grandi preoccupazioni” “” “

Bisogna dare per conclusa la guerra in Iraq. Con essa sfuma tutta una serie di previsioni poco fondate sulle sue conseguenze. Tuttavia, nel momento in cui ristagnano le ferite prodotte, sarebbe sbagliatissimo – non solo dal punto di vista morale, ma anche dalla più elementare prospettiva geopolitica – non tener conto che la cosa più importante non è la distribuzione dei benefici che possono derivare dai contratti che verranno stipulati con la nuova amministrazione irachena, oppure da un’eventuale crescita delle quotazioni borsistiche, cosa sulla quale è lecito avere fortissimi dubbi se prima, nei tre punti focali del grande triangolo dello sviluppo economico mondiale – Germania, Stati Uniti e Giappone – non avranno luogo cambiamenti strutturali profondi, dei quali oggi non c’è traccia da nessuna parte, o ancora crescite spettacolari della produttività, e neanche queste ultime sono prevedibili sul breve termine. Nemmeno la realtà petrolifera irachena, per quanto importante, potrà alterare in misura significativa l’andamento del mercato degli idrocarburi.
Quello che in realtà interessa in questo momento è di osservare attentamente l’evoluzione di tre questioni. La prima è la frattura che si è verificata in Europa. Il conflitto dell’Iraq ha significato un progresso nella rottura delle impostazioni dell’Europa che si sono delineata a partire dalla famosa questione di Suez. Nel 1956 gli Americani hanno imposto un cessate il fuoco alle truppe anglo-francesi a Suez. La Gran Bretagna, da allora, ha deciso che la sua politica internazionale non sarebbe mai dovuta entrare in conflitto con quella degli Stati Uniti. La Francia ha deciso di contribuire alla costruzione dell’Europa per rivalità con il Nordamerica. Entrambe le posizioni si sono mantenute ferme da quei tempi, ma la guerra dell’Iraq ha dato origine alla crisi più profonda che si sia mai verificata tra le suddette impostazioni. Come risulta ovvio, questa situazione paralizza il processo di costruzione dell’Europa, il che è molto grave. Tutto quello che si potrà fare per ristabilire il dialogo e mettere d’accordo le due proposte sarà comunque insufficiente. La seconda questione da risolvere è la rinascita del nazionalismo economico nordamericano, con la sua gravissima sequela protezionista. Gli Stati Uniti osservano con spavento di aver chiuso il 2002 con un deficit di spesa corrente di 503.400 milioni di dollari, e che l’Ocse valuta che il deficit del suo bilancio del 2002 sarà equivalente, come minimo, al 3,1% del suo Pil. Si è creata una situazione di debito esterno Usa che raggiunge la cifra astronomica di tre miliardi di dollari. Spaventati, gli Statunitensi si sforzano di comprare il meno possibile all’estero. Sono ora ben avviati su questa strada. L’Organizzazione Mondiale del Commercio ha condannato questo comportamento, ma non si avverte alcun segno di una correzione di rotta.
C’è infine la questione dell’Iraq, che va inquadrata nel contesto più ampio dell’equilibrio mediterraneo. L’Unione Europea, e in un certo senso il mondo intero, ha bisogno che una regione tanto essenziale per la tranquillità della comunità internazionale si trovi in pace e non soggiogata. Condizione necessaria – benché, evidentemente, non sufficiente – è che il suo tenore di vita salga in modo significativo. Nel caso concreto dell’Iraq, la sua aspettativa di vita nel 2000 era di 61,7 anni nella popolazione maschile – 76 in Italia – e di 64,7 anni per la popolazione femminile – 82,4 in Italia. Per quanto concerne il suo Pil pro capite, nel 1998 era pari a 1.131 dollari, esattamente corrispondente al 6,4% di quello italiano nello stesso anno. Questo ci obbliga ad impostare una politica commerciale completamente nuova; per esempio, a non archiviare nel dimenticatoio i piani riferiti alla creazione di un’area di libero commercio nel Mediterraneo, approvati dall’Unione Europea a Barcellona -, oltre ad una politica generosa di crediti e di un aiuto molto consistente nei confronti del popolo iracheno, che nel 1998 aveva un Pil pro capite inferiore a quello del 1950.