editoriale" "

Un punto di attenzione permanente” “

Abbattere un albero, come si sa, non esige altro che forza brutale. Far crescere un albero richiede molte cure premurose e lunghi anni di pazienza.
Appare già chiaro: se è stato necessario un tempo relativamente breve per abbattere il regime totalitario e disumano di Saddam Hussein, non sarà altrettanto facile costruire la pace. Ebbene, con la fine del regime vilipeso di Saddam, la guerra ha portato con sé molti danni ipocritamente chiamati “collaterali” che ci vorrà molto tempo per riparare, senza parlare delle numerosissime vittime civili, la cui morte, quella sì, è irreparabile. Mettiamo in evidenza tre di questi danni.
Un primo danno è l’umiliazione del popolo iracheno, e con lui di tutta la “nazione” araba. Non ci rendiamo conto fino a che punto la legittima fierezza di quei popoli sia stata ferita, e non soltanto in questi ultimi giorni: d’altronde, è proprio da quell’orgoglio ferito che hanno avuto origine tanti atti di terrorismo. Ora, noi europei che viviamo in stretto contatto con gli arabi e condividiamo con loro uno spirito mediterraneo comune, ci troviamo in una buona posizione per aiutarli a ritrovare la loro fierezza di uomini e di popoli secondo modalità differenti dal terrorismo e dagli atti di disperazione. Il cammino è chiaro, benché non facile: dobbiamo rispettarli nella loro dignità umana e farli rispettare. Non ci sarà mai pace durevole senza tale rispetto. Il primo compito dei media, a questo proposito, consiste nel lottare sistematicamente contro l’immagine peggiorativa e gli stereotipi di cui essi sono vittime nel mondo occidentale (in Europa, ma molto di più negli USA). Nel campo culturale, nel campo spirituale, nonché in quello dell’arte del vivere quotidiano, questo dovrebbe costituire un punto d’attenzione permanente dei giornali e dei giornalisti: cogliere tutte le occasioni favorevoli per valorizzare le molte ricchezze umane di cui il mondo arabo è portatore. Un secondo danno “collaterale” di questa guerra è il prepotente ritorno del passato amaro delle Crociate. In Occidente, utilizzare un simile riferimento equivale a dar prova di un’irresponsabilità criminale. In Oriente, questo scava drammaticamente il fossato tra cristiani e musulmani, confermando tragicamente tutti i più semplicistici pregiudizi di un’ostilità secolare. Una delle principali ragioni per cui le Chiese si sono tanto impegnate contro questa guerra è che erano perfettamente consapevoli delle sue conseguenze. Risulta dunque particolarmente urgente smentire questo spirito di Crociata attraverso atti di fratellanza interreligiosa. Spetta ai giornalisti, primi responsabili della conoscenza reciproca dei popoli, sviluppare con determinazione tutto ciò che può contribuire al dialogo interreligioso.
Infine, un terzo elemento di crisi: la frattura tra i governi europei sulla politica estera comune. Allo stesso tempo, però, abbiamo assistito ad una sorprendente convergenza nell’opinione pubblica europea. Non è allora responsabilità dei media, interpreti e attori di questa opinione pubblica, fornire a quest’ultima i mezzi per far sentire di più la sua voce? Non ci sarà infatti una possibile politica estera europea se i cittadini europei non vi aderiranno in un modo o nell’altro. Ma questo presuppone che i media dei nostri diversi paesi agiscano deliberatamente in questa direzione, facendo regolarmente eco a quanto si esprime in altri paesi, in modo da costruire progressivamente una vera e propria opinione pubblica europea. A tal fine, sarebbe poi così difficile stabilire tra carta stampata e mezzi audiovisivi dei vari paesi degli autentici gemellaggi, non di tipo capitalistico ma redazionale, con scambi regolari di editoriali, articoli informativi, riflessioni? Ma chi ne assumerà il rischio e l’incarico? Sarebbe un bel compito per le associazioni cristiane dei giornalisti e dei mezzi di comunicazione: costituire in qualche modo un ambiente portatore di iniziative di questo genere.