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"I presbiteri ” “e la catechesi in Europa": dal 5 all’8 maggio incontro” “a Roma” “” ” ” “
No a preti “manager” della catechesi, sì invece a sacerdoti che “imparino” dai giovani lo “slancio” e l’entusiasmo per “saper ridire, all’uomo di oggi, le ragioni della fede”. E’ la proposta di mons. Cesare Nosiglia , delegato del Ccee per la catechesi in Europa, per la “catechesi del futuro”, che in Europa è chiamata ad arricchirsi della “ricchezza” dei diversi modi di vivere la fede all’Est e all’Ovest. E proprio lo “scambio di esperienze” tra quelli che il Papa ha più volte definito i “due polmoni” del nostro continente sarà al centro dell’incontro, promosso dal Ccce, dei vescovi e responsabili della catechesi in Europa, che si svolgerà a Roma, dal 5 all’8 maggio, sul tema ” I presbiteri e la catechesi in Europa”. Il Sir ha intervistato mons. Nosiglia, tra i relatori dell’incontro, cui prenderanno parte i rappresentanti delle 34 Conferenze episcopali d’Europa. Preti e catechesi: com’è la situazione nel nostro continente? “Anche se, per la varietà delle situazioni di ciascun Paese, è difficile fare considerazioni di tipo generale, si può dire che negli ultimi anni è andata sempre più stemperandosi la figura del prete catechista, che invece costituisce uno dei ruoli primari e insostituibile del sacerdote. Attualmente, il prete è più un ‘manager’, un organizzatore della catechesi, che una persona impegnata direttamente sul campo, affidata ai laici. Tutto ciò comporta una perdita di spessore e di slancio della figura del prete, soprattutto per le nuove generazioni: se, infatti, i laici svolgono un ruolo essenziale nella catechesi, quello del prete è un ruolo ‘di frontiera’ che resta fondamentale non solo, ad esempio, nella catechesi permanente indirizzata agli adulti, ma anche per mantenere il contatto con i ragazzi. Soprattutto in quella fase delicata e problematica dell’adolescenza, in cui i giovani cercano un orientamento alla propria vita, un ‘maestro’ nella fede, una guida spirituale che li aiuti a vivere da protagonisti la propria vocazione”. Scristianizzazione, agnosticismo, indifferenza ai valori: come “reagire” alle sfide attuali, e con quale “modello” di catechesi? “Prima di tutto occorre prendere coscienza che i cambiamenti in atto nella società occidentale sono irreversibili e vanno ‘gestiti’, non solo demonizzati. In Italia, ad esempio, si parte dall’iniziazione cristiana intesa come fondamento di tutta la catechesi successiva, cercando di andare al di là di una pastorale di ‘sacramentalizzazione’. Certo, c’è ancora molta strada da fare, e la situazione della catechesi è certamente molto diversa all’Est, dove i valori religiosi nonostante le difficoltà del passato sono ancora molto presenti nella società, rispetto all’Ovest, dove invece le sfide citate sopra sono molto forti e implicano un ‘cambio di mentalità’: in primo luogo dei sacerdoti, spesso ancora ‘chiusi’ nei loro schemi pastorali e non in grado di fare spazio alla ‘creatività’ che induce a cercare tutti i varchi possibili per proporre, nella società, il messaggio cristiano”. Da dove “ripartire”, allora? “Io credo che oggi il primato vada dato al ‘primo annuncio’, inteso come capacità di incidere anche culturalmente da cristiani nella cultura, attraverso itinerari e linguaggi di evangelizzazione proposti da una ‘catechesi di qualità’ in sintonia con la vita concreta della gente. Nelle società secolarizzate non c’è molta differenza tra chi è ‘dentro’ e ‘fuori’ dalla Chiesa: in questo senso, il primo annuncio è necessario per tutti, se inteso come spinta di approfondimento continuo della propria fede, che non può più essere data per scontata. Per realizzare questo obiettivo, tuttavia, bisogna partire da una formazione permanente, organica e sistematica, del clero, non solo nei seminari ma anche durante tutto il ‘percorso’ successivo dei sacerdoti, ad esempio tramite corsi periodici di aggiornamento nelle diocesi, un po’ come si fa attualmente per gli esercizi spirituali. Altrimenti, il rischio è quello di limitarsi alla gestione dell’ordinario, ad una pastorale ‘di conservazione’ che perde la natura di per sé ‘missionaria’ della comunicazione della fede”.