rassegna stampa " "

Quotidiani e periodici” ” ” “

Continua, sui principali quotidiani internazionali, il dibattito sul “dopo Iraq”, e sulle conseguenze che la guerra potrebbe avere sullo scacchiere internazionale. “Il verdetto che la storia e la morale potranno portare sulla guerra d’Iraq – è, ad esempio, la tesi di Pierre Hassner su Le Monde (26/4) – dipenderà, prima di tutto, dalle sue conseguenze per il popolo iraniano e per il Medio oriente nel suo insieme – a cominciare dal conflitto israelo-palestinese -, per il progresso della democrazia e della sicurezza. In caso contrario, sarà lo ‘choc’ delle culture, del terrorismo, e delle armi di distruzione di massa”. Per il momento, sottolinea però l’autore dell’articolo, la guerra è oggetto di “una disputa quasi metafisica, di cui i protagonisti hanno avuto, negli Stati Uniti, i difensori ideologici, legati all’amministrazione Bush, dell’ ‘impero benevolo’ e di un nuovo conflitto bipolare con ‘l’asse del Male'”. Anche l’ Herald Tribune (28/4) si sofferma sulla “sfida” mediorientale . “E’ difficile immaginare – scrive, infatti, Marwan Measher – un tempo più precario – o più promettente – in Medio Oriente. L’Iraq diventerà una democrazia secolarizzata o una nuova teocrazia? Il cambio nella leadership palestinese favorirà le necessarie riforme per il cambiamento della statalità e la pace con Israele, o la porta girevole della violenza e dell’inimicizia continuerà a ruotare?”. La Croix del 24/4 si interroga, invece, sui rapporti tra Francia e Stati Uniti, già “tesi” prima della guerra e ora divenuti ancora più aspri. “Gli Stati Uniti non perdonano la Francia”, è il titolo di apertura del quotidiano francese. Partendo dal rifiuto Usa della proposta francese di sospendere le sanzioni contro l’Iraq, e dalla conseguente scelta francese di continuare nella linea della “difesa della legalità internazionale”, Bruno Frappat si chiede: “Il risentimento sarà l’asse delle relazioni franco-americane?”. Anche la stampa italiana discute sull’atteggiamento americano nel “dopo-guerra”. Riferendosi la discorso che Bush pronuncerà giovedì prossimo alla Casa Bianca, Ennio Caretto ( Corriere della Sera, 28/4) commenta: “Sarà la fine di un capitolo drammatico, e l’inizio di uno nuovo, forse ancora più incerto. Il presidente dirà che è giunta l’ora della ricostruzione dell’Iraq e del negoziato in Medio Oriente, ma non della pace, perché la lotta al terrorismo, varata subito dopo l’11 settembre, è destinata a proseguire”. “Washington Parigi, brutto duello” è il titolo dell’editoriale di Vittorio E.Parsi su Avvenire del 25 aprile che mostra lo stato delle relazioni tra Usa e Francia messe a dura prova dal conflitto iracheno . “Occorre che tutti facciano un sano bagno di realismo – scrive Parsi . L’America innanzitutto deve considerare che la Francia è un importante membro dell’Unione Europea e per conseguenza un atteggiamento ostile verso Parigi (comunque motivato) si rifletterebbe negativamente sull’intero rapporto Usa-Ue. Parigi farebbe meglio, dal canto suo, ad accantonare le velleità di far pagare a Washington, nel delicato dopoguerra iracheno, un sovrapprezzo per la vittoria conseguita sul campo. Anche la Francia – conclude – deve rassegnarsi all’idea che la politica estera dell’Europa non potrà essere la semplice eco di quanto a Parigi (e Berlino) decidono”. Una riflessione sulla democrazia nata dalle ceneri di una dittatura è dello scrittore Mario Vargas Llosa sul quotidiano spagnolo El Paìs del 27/4. Vargas Llosa mette in parallelo la situazione di Cuba e dell’Iraq, Fidel Castro e Saddam Hussein, commentando anche le dure repressioni di decine di dissidenti da parte del regime cubano. “ Le proteste contro ciò che è accaduto a Cuba – osserva – hanno avuto una ampiezza senza precedenti nel mondo intero e, per la prima volta, alcune sono venute da difensori ad oltranza del regime castrista e da diversi partiti comunisti europei e intellettuali”. Secondo lo scrittore “non c’è alcun dubbio” che dopo la morte di Fidel Castro non ci sarà “un’altra dittatura“, ma una democrazia che sarà “appoggiata da tutti i cubani”. La difficoltà di stabilire invece una democrazia in Iraq, a suo avviso, deriva dalle grandi differenze etniche e religiose all’interno del Paese, ma questo non significa che una dittatura annulli queste differenze perché “impedisce loro di esprimersi alla luce del sole”: “Per una società in cui abbondano le differenze etniche e religiose, il sistema flessibile di concessioni reciproche rappresentato dalla democrazia è l’unico che può salvare l’integrità del Paese, permettendo una decentralizzazione e autonomie regionali, etniche e religiose che rendano possibile la coesistenza”. ———————————————————————————————————– Sir Europa (Italiano) N.ro assoluto : 1133 N.ro relativo : 31 Data pubblicazione : 30/04/2003