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In un incontro ” “del Ccee il rapporto tra preti e annuncio della fede ” “
Il sacerdote non è un “funzionario”, ma ha il “potere” della Parola… Ne è convinto mons. Michel Dubost , vescovo di Evry, che nel corso dell’incontro dei vescovi e responsabili nazionali della catechesi in Europa, che si è chiuso ieri, 8 maggio, a Roma promosso dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa su “I presbiteri e la catechesi in Europa”, ha tracciato un “bilancio” del rapporto tra preti e annuncio della fede nel nostro Continente. Una situazione “allarmante”?. “La presenza dei ministri ordinati tende a sparire dalla catechesi dei bambini, non per disinteresse, ma per sovraccarico di lavoro”. E’ uno dei dati emersi dal bilancio della catechesi presentato dai vescovi di Francia nella loro scorsa assemblea. “Un cambiamento rapido”, ha commentato il relatore citando il dato francese, da cui risulta che “i sacerdoti oggi sono in gran parte ben distanti dalla catechesi”, soprattutto a causa di “un’immagine irreale di ciò che la catechesi potrebbe e dovrebbe fare”. Il pericolo non viene tanto dal fatto che “i sacerdoti trascorrano meno tempo nella catechesi”, ma che essi perdano coscienza del fatto che il loro “potere” si fonda sulla Parola di Dio: “L’esercizio della catechesi – ha detto Dubost – insegna ‘la professione’ di sacerdote, ovvero a tener conto di chi ci ascolta, ad essere chiari, interessanti”, mostrando che “la vita di ognuno può interamente fondarsi sull’ascoltare e praticare la Parola dio Dio”. La fede e “le storie”. “Routine”, “dogmatismo”, “incertezza”: questi, secondo Karl Heinz Schmitt, presidente dell’Associazione dei catechisti tedeschi, alcuni atteggiamenti alla base dell’allontanamento dei preti dalla catechesi. Non sempre i sacerdoti, è la denuncia del relatore, sono in grado di cogliere “quali storie diverse” entrino in scena in occasione della richiesta dei sacramenti, che ancora oggi resta il motivo più frequente di “incontro” con la comunità cristiana. Nel caso del battesimo, ad esempio, “la storia dei catechisti e dei sacerdoti, la storia dei genitori, la storia della teologia e la storia della pastorale della comunità” si incontrano, creando in ognuno dei soggetti “aspettative diverse”. “Insicurezza”, “svogliatezza”, “rassegnazione”, “lassismo”, e talvolta “ritiro” dall’attività catechetica diventano, così, il frutto dell’incontro tra il sacerdote con una società in cui generalmente i genitori chiedono “un servizio religioso, per loro senz’altro importante, ma che non comporta un’integrazione permanente o un’iniziazione alla Chiesa e alla comunità”. In un’Europa in cui “solo il 10% circa dei bambini dopo la prima comunione o dei loro genitori dopo tutte le esperienze positive di attenzione a loro dedicata nella preparazione tornano alla chiesa e ritrovano la fede”, la Chiesa – per Schmitt – “deve servire alla vita degli esseri umani, far percepire l’interesse di Dio” per gli uomini. Per un “modello alternativo”. Da “stazione di servizio” a “famiglia di famiglie”, da comunità “clericale” a comunità di partecipazione, da comunità “di élite” a comunità accogliente, da comunità “chiusa” a comunità “in missione”. Secondo mons. Lucio Soravito, catecheta della diocesi di Udine, sono questi gli itinerari principali che il prete, oggi, è chiamato a far percorrere alla sua comunità, per “testimoniare un modello di vita alternativo a quello che privilegia la produzione, il possesso, il consumo dei beni, piuttosto che le relazioni umane gratuite”. Per riscoprire, tuttavia, la “carità sociale”, cioè la “partecipazione all’azione economica, sociale e culturale, destinata a promuovere il bene comune”, la Chiesa deve partire dalla consapevolezza che “non bastano i gesti, occorrono anche le parole”: oggi, per Soravito, “con la comunità ogni credente è chiamato a farsi annunciatore della Parola e a saper rendere ragione esplicitamente della sua fede”. In questa prospettiva, ha concluso il relatore, fare della comunità ecclesiale un “centro di evangelizzazione” significa mostrare “come la fede cristiana rende più vera, più giusta e bella la vita personale, familiare e sociale”.