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“Al Qaeda colpevole per le esplosioni nella capitale Saudita”. E’ il titolo a tutta pagina dedicato dall’ Herald Tribune ( 14/5) all’attentato kamikaze in un quartiere residenziale di Riad, che nella notte tra il 12 e il 13 maggio ha provocato decine di vittime e feriti di diverse nazionalità, tra cui molti americani. “I terroristi ritornano alla ribalta”, scrive Brian Knowlton, secondo il quale il primo attentato anti-americano del dopo guerra in Iraq ha “distrutto qualsiasi sensazione che gruppi come Al Qaeda siano stati resi incapaci di organizzare attacchi devastanti e ha sottolineato la loro capacità di recupero perfino dopo una serie di segnali vittoriosi nella guerra globale al terrorismo”. Sul dopo-Iraq si interroga anche Le Monde, che nell’edizione del 13/5 ospita un’ampia intervista al Ministro degli esteri francesi, Dominique de Villepin. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu, è la tesi dell’esponente politico francese, “non deve disfarsi delle sue responsabilità e delle sue prerogative” nella ricostruzione dell’Iraq dopo il rovesciamento di Saddam Hussein. Nel dopo guerra iracheno, osserva Villepin, “si esprimono due sentimenti opposti: la speranza che ha fatto nascere la caduta del regime di Saddam Hussein ma anche la grande inquietudine che nasce come sempre dalla guerra, dal suo contorno di sofferenze, di drammi e di ingiustizie. Ci sono due o tre visioni della guerra: quella degli americani, centrata sul loro impegno militare; quella degli europei e, infine, quella del mondo arabo-musulmano dove la violenza delle immagini ha alimentato le frustrazioni”. Il progetto di risoluzione americano-ispano-britannico, per il Ministro degli esteri francese, costituisce “una base di partenza per costruire la pace”, ma poi bisogna fare ogni sforzo per “ristabilire la sicurezza ed assicurare la ricostruzione politica ed economica” dell’Iraq, che richiede “ancora molto cammino”. “L’Iraq dalla parte delle donne”: si intitola così un dossier dedicato da La Croix ( 10-11/5) al dopo-guerra “al femminile”. “L’Iraq non è l’Afghanistan dei talebani”, scrive Agnés Rotivel nella presentazione del dossier: “Le donne irachene non hanno subito, fortunatamente, la stessa sorte delle afgane. Ma la laicità irachena, tanto invocata dagli occidentali come un segno di modernità per giustificare il sostegno al regime di Saddam Hussein, non resiste all’esame dei fatti”. La “libertà ritrovata”, conclude l’autrice dell’articolo dopo aver elencato i principali motivi della “marcia indietro” della questione femminile in Iraq, potrà forse “aiutare le donne irachene a ricostruire una società che garantisca finalmente loro l’uguaglianza, la libertà, la pace e la prosperità a cui esse aspirano”. Sulla Faz del 14/05, a proposito dell’attentato di Riad nell’editoriale in prima pagina “Guerra tra culture e terrorismo” Wolfgang Günther Lerch afferma che “ la comparsa di un terrorismo transnazionale in nome dell’Islam negli ultimi venti anni, che ha avuto come teatro quasi tutto il mondo e le cui celle sono diffuse tra il Maghreb e Mindanao rende chiaro che tra l’Occidente e l’Oriente non è tutto in ordine, che esiste un contrasto, che viene reso solo in maniera imperfetta dalla parola “‘incomprensione'”. “ La Costituzione impolverata-la legge fondamentale blocca le riforme” è il titolo di copertina del settimanale Spiegel del 12/05 che avvia una nuova serie sull’argomento. “ L’insidia del consenso” articolo a firma di Thomas Darnstädt e Hans Michael Kloth dice “ la legge fondamentale ha rappresentato per lungo tempo un colpo di fortuna della storia, ma dopo 54 anni il suo lustro si è appannato. Gli esperti ritengono questa opera regolatrice danneggiata dagli interventi piena di errori di costruzione e responsabile del blocco delle riforme politiche e sociali assolutamente urgenti.” “Non lasciamo che l’economia schiavizzi la società”, scrive Ramòn Jàuregui su El Paìs del 12/5 , in una riflessione sui problemi e sul ruolo della società civile. “E’ stata la società a mobilitarsi contro la guerra, dimostrando che esiste una opinione pubblica (e non solo pubblicata), capace di condizionare i mezzi di comunicazione e i governi e di ristabilire le basi delle nostre convinzioni democratiche e della nostra fiducia in una rivitalizzazione dei meccanismi di partecipazione che offre la società dell’informazione. E’ una società che si sta esprimendo, da anni, a Seattle o a Porto Alegre, in forum universitari o in migliaia di Ong, dicendo che un altro mondo può essere possibile… I parametri del dibattito economico non possono essere estranei alle conseguenze sociali perché il successo economico deve essere un mezzo per trovare soluzioni alle organizzazioni sociali e ai loro problemi. L’economia al servizio della società e non il contrario”. ———————————————————————————————————– Sir Europa (Italiano) N.ro assoluto : 1205 N.ro relativo : 35 Data pubblicazione : 16/05/2003