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Diverse idee di unità” “

Quando dieci Paesi entreranno nell’Unione Europea nel maggio 2004, l’Ue non potrà più pensare a se stessa istintivamente come parte del cosiddetto “Occidente”. Già adesso, nella sua forma “allargata” a quindici Paesi membri, l’Ue possiede un patrimonio culturale in gran parte comune, nonostante la sua storia sia stata contrassegnata da tante guerre e conquiste. Tuttavia, una volta che i Paesi di quello che si usava chiamare “il blocco orientale” saranno entrati a farne parte, la popolazione dell’Ue apparirà molto diversa.
Un’Ue che è diventata sempre più urbana (soltanto il 4% della popolazione vive di agricoltura) includerà una grossa fetta di popolazione rurale.
Le prospettive politiche di vari Paesi riveleranno atteggiamenti in forte opposizione rispetto alla leadership internazionale degli Usa mentre altri Paesi non hanno alcuna intenzione di permettere che la loro appartenenza all’Unione condizioni le loro scelte politiche o economiche, né vogliono lasciarsi coinvolgere in un’immagine che definisce l’Ue in termini di rivalità rispetto agli Usa.
Tenendo conto di queste differenze che significato andrebbe attribuito alle parole “Unione” e “solidarietà”? Non pochi temono che l’unica unità effettiva dell’Ue allargata consisterà nella chiusura rispetto ai poveri del resto del mondo.
Appare inoltre molto più di una coincidenza il fatto che la stesura del futuro Trattato costituzionale europeo abbia luogo durante il periodo dell’allargamento. Le dispute che avvengono intorno alla sua composizione segnalano, in particolare, tre fonti di tensione. Tra Paesi grandi e Paesi piccoli, ovvero ci chiediamo se questa divisione darà vita ad una suddivisione tra Paesi di prima e di seconda classe. Tra coloro per i quali l’unità europea si fonda, nella sua essenza, su un patrimonio e una civiltà ispirati ad una fede religiosa, e coloro che ritengono che il vero patrimonio dell’Europa sia il liberalismo laico dell’Illuminismo. Più sottilmente, tra coloro che ritengono che una Costituzione rappresenti la garanzia della sovranità nazionale degli Stati membri, precisamente perché ne definisce i limiti, e quei Paesi, come il Regno Unito (che non possiede una Costituzione scritta), che vedono il futuro Trattato costituzionale europeo come un fattore di perdita della sovranità nazionale.
Se l’identità dell’Unione viene considerata in competizione con le aspirazioni nazionali, non ci sarà alcuna Convenzione che sia in grado di cementarla; e poiché è molto poco probabile che l’Ue arrivi a comprendere l’intero territorio europeo, non potrà nemmeno esprimere la nostra identità “europea”.
Molti britannici (e non solo) accoglierebbero con favore le politiche dell’Ue soltanto nel caso in cui queste ultime implichino un potenziale beneficio per il loro Paese, mentre vi si opporrebbero se avessero l’impressione che il loro benessere nazionale ne risulterebbe compromesso. Questo atteggiamento costruisce l’Ue non come una vera “Unione”, ma solo come uno strumento di bene nazionale.
In quest’ottica, ironicamente, l’allargamento – ma non il futuro Trattato costituzionale – potrebbe ricevere buona accoglienza: più grande è il gruppo, inferiore sarà la minaccia di un’unità più profonda tra i Paesi membri fondatori dell’Ue, dal momento che è proprio questa unità più profonda che fa paura a quelli che sono più attaccati alla “sovranità”.
Presumibilmente, tutti i venticinque Paesi membri ritengono di trarre beneficio dall’esserne parte integrante. Nel futuro, tuttavia, saranno i Paesi (e le regioni), e non la stessa Ue, che costituiranno le unità all’interno delle quali questa identità collettiva verrà sperimentata concretamente e che verranno utilizzati come parametri per calcolare i vari interessi in gioco.