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La discussione intorno al riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa nel preambolo della futura Carta costituzionale fa riflettere anche a proposito della scuola e della sua capacità di trasmettere, da una parte, i contenuti propri di una tradizione culturale e, dall’altra, le “abilità” che permettono di collocarli in un contesto di pluralismo, cogliendone la vitalità e la capacità di “fecondare” il mondo che ci circonda. In particolare la questione si pone per l’insegnamento della religione che, a livello europeo, conosce modalità e legislazioni anche molto differenti tra i diversi Stati (Sir 27/2003). Un fatto però è condiviso: la cresciuta consapevolezza che non si può “fare i conti” con la cultura contemporanea senza affrontare i nodi posti dal pensiero e dalle tradizioni religiose, in particolare dal cristianesimo.
Un esempio eloquente in questa direzione è offerto dalla Francia, dove da gran tempo esiste una certa avversione all’insegnamento religioso e in qualche modo una tendenza marcata a relegare nel privato la questione, negando così, in fondo, la capacità del pensiero e degli atteggiamenti religiosi – a cominciare dalla tradizione cristiana – di determinare il mondo culturale.
Ebbene, la Francia attraversa un periodo di forte ripensamento. Ci si è accorti che i ragazzi delle scuole francesi facevano fatica a cogliere in pieno la ricchezza e l’abbondanza dei riferimenti culturali intorno a loro per la mancanza di adeguate conoscenze religiose. Al punto che il ministro dell’educazione, nel 2001, ha affidato al filosofo Régis Debray una ricerca sulla questione e si è anche pensato di rivedere i programmi scolastici inserendo maggiore attenzione, ad esempio, alla storia delle religioni.
A questo proposito, la situazione italiana ha qualcosa da dire. L’insegnamento della religione cattolica, così come si è definito nella revisione concordataria del 1984 si giustifica infatti su due livelli: da una parte perché, in generale, la cultura religiosa è un “valore” – nel senso detto prima: conoscere gli elementi generali e particolari del “pensare religioso”, le sue dinamiche proprie e quelle che storicamente si sono manifestate, aiuta a meglio comprendere il patrimonio culturale complessivo -; da un’altra parte individua “i principi del cattolicesimo” come oggetto specifico di studio e approfondimento perché facenti parte del “patrimonio storico del popolo italiano”.
Chi conosce la storia del lungo processo che portò alla revisione concordataria del 1984 in Italia, sa che questa costituì un significativo punto di arrivo dopo lunghe e approfondite discussioni che “agitarono” in particolare il mondo cattolico, ma non solo. Riflessioni incentrate in buona parte sulla legittimazione scolastica di un insegnamento di religione cattolica nella scuola pubblica, precedentemente sostenuto da ragioni ideologiche e di appartenenza.
Nella prospettiva europea, l’insegnamento della religione cattolica italiano apre una strada importante, ben al di là delle difficoltà che pure accompagnano storicamente la soluzione neoconcordataria. La strada è quella di un insegnamento pienamente scolastico (l’adesione è aperta a tutti, indipendentemente dalle personali scelte di fede e le sue finalità sono quelle della scuola pubblica e riguardano nella fattispecie conoscenze e competenze precise, secondo le modalità tipiche della scuola), nel cui ambito la confessionalità (è un insegnamento della religione cattolica, gestito in parte dalla Chiesa per quanto riguarda programmi e docenti) appare come una risorsa e non come un limite, giustificata da evidenti ragioni storico-culturali.