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Il popolo del vento” “

Sono 9 milioni gli zingari in Europa. A fine giugno ” “a Budapest il 5° Congresso mondiale” “

Sono circa 9 milioni gli zingari (“popolo del vento”) in Europa, di cui tra i 6 e i 7 milioni nei Paesi dell’Est. Una stima difficile da stabilire con precisione, ma che rende l’idea di una presenza che assume forme diverse – all’Est con insediamenti stanziali di decine di migliaia di persone con vere e proprie parrocchie zingare (cfr SirEuropa 39/2002), all’Ovest con la realtà dei campi nomadi – accomunata però dal dato comune del pregiudizio sociale, se non, in casi frequenti, da vere e proprie violazioni dei diritti umani. Il Rapporto 2002 di Amnesty international cita numerosi casi di “torture e maltrattamenti sulle persone di origine etnica rom” da parte delle forze dell’ordine e della popolazione locale in Romania, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca. Di gran parte di questa popolazione (che riunisce rom, sinti, xoraxané, gitani, ecc.) si occupa la Chiesa cattolica, che dal 30 giugno al 7 luglio ha convocato a Budapest, per iniziativa del Pontificio Consiglio per i migranti, in collaborazione con la Conferenza episcopale ungherese, il 5° Congresso mondiale di pastorale per i nomadi sul tema “Chiesa e zingari, per una spiritualità di comunione”. Sono attesi circa 150 delegati, in rappresentanza degli oltre 35 milioni di zingari presenti nel mondo. Ecco alcune questioni che verranno affrontate durante il convegno.

Il “punto debole”. “Quando ci apriamo al confronto con altri Paesi scopriamo che i problemi sono simili. Il punto più debole rimane sempre il pregiudizio”, spiega don Piero Gabella, presidente del Comitato cattolico internazionale tzigano, che ha sede ad Anversa, e responsabile della pastorale per i nomadi in Italia. “Questo non vuol dire che gli zingari siano dei santi, perché si portano dietro tanti problemi e contraddizioni – precisa – ma non è giusto scaricare su di loro gran parte delle tensioni sociali esistenti”. Don Gabella, che vive in una roulotte nei campi nomadi da oltre trent’anni, nota che “l’atteggiamento di pregiudizio nei loro confronti ultimamente è peggiorato”: “In Italia ci sono amministrazioni comunali che propongono programmi per cacciare gli zingari come pretesto per guadagnare voti alle prossime elezioni – afferma – e nell’Est europeo aumentano i casi di violenze e maltrattamenti”.

Da un punto di vista pastorale il congresso di quest’anno si troverà ad affrontare alcune questioni importanti per il futuro: con l’apertura delle frontiere tra Est e Ovest sarà più facile per i nomadi spostarsi (per fare un esempio sono 140.000 in Italia e dai 2 ai 4 milioni nella sola Romania) per cui aumenteranno le presenze nell’Europa occidentale; la Chiesa cattolica deve poi fare i conti con il proselitismo sfrenato del movimento dei “vangelisti” (così chiamati dagli zingari, in realtà sono legati alle realtà pentecostali del Nord America). “In tutta Europa si stanno verificando conversioni a macchia d’olio – racconta don Gabella -. Anche perché con loro riescono a darsi una organizzazione ecclesiale con a capo pastori rom e sinti. Studiano la Bibbia e pregano molto. Questo movimento ha grande consenso tra la popolazione nomade, che ama concepire la fede in maniera miracolistica, cosa che non si concilia con il messaggio cattolico di adeguare la nostra volontà a quella di Dio e non viceversa. Inoltre sono attratti dal clima di entusiasmo e sentimento che si crea durante le celebrazioni. Questo può forse voler dire che nelle nostre liturgie dovremmo dare più spazio alle musiche e alle forme espressive, che gli zingari amano moltissimo”.

Nel sud della Francia, ad esempio, la ricchezza di colori, suoni e danze del tradizionale pellegrinaggio dei gitani a Saintes-Maries-de-la Mer (quest’anno ha riunito dal 19 al 25 maggio circa 15.000 gitani), attira ogni anno fedeli e curiosi ed è espressione del loro fervore cristiano. In ogni Paese europeo i nomadi vengono accompagnati da sacerdoti e religiosi/e che cercano di condividere il loro stile di vita. Un altro problema che verrà affrontato a Budapest, è dato però “dalla frequente mobilità degli stessi – conclude don Gabella -, rischiando così di non garantire una presenza costante degli operatori pastorali”.