caritas europa" "
L’Europa unificata richiede anche politiche a favore ” “dei gruppi sociali più vulnerabili” “
Caritas Europa che riunisce le Caritas di 44 Paesi europei ha promosso il 19 giugno nella propria sede a Bruxelles l’incontro su “Allargamento Ue: verso un’Europa equa”. Durante la riunione è stata presentata la carta della posizione di Caritas Europa in merito all’allargamento. “Caritas Europa non può accettare il crescente divario tra Paesi ricchi, meno ricchi e molto poveri” scrive il presidente Denis Viénot nell’introduzione al documento il cui obiettivo, spiega, “è promuovere la riflessione sui bisogni di coloro per i quali i benefici dell’allargamento non sono così evidenti”. Un “allargamento equo” richiede, infatti, “l’inclusione di politiche a favore dei gruppi sociali più vulnerabili, quali migranti, disoccupati, malati e anziani”. Caritas Europa auspica inoltre “il forte coinvolgimento nelle decisioni politiche della società civile e delle Ong di tutti i Paesi, e specialmente dei nuovi Stati membri, per evitare che larghe fasce della popolazione vengano irretite nella trappola della povertà”. Tre gli ambiti privilegiati dal testo: la libera circolazione delle persone, l’occupazione, i sevizi sociali non statali.
Libera circolazione delle persone. Circa 850mila immigrati dall’Europa centrale ed orientale risiedono legalmente nell’attuale Ue. Un numero cui si stima vadano ad aggiungersi ogni anno circa 600mila irregolari. Un recente sondaggio Eurobarometro rivela che se il 66% dei cittadini europei è favorevole all’allargamento, la percentuale dei contrari è pari al 22%, ed è più alta nei Paesi (Austria, Svezia, Francia, Germania) in cui si teme un maggiore impatto dell’immigrazione a seguito dell’ingresso dei dieci nuovi Stati membri. Nel decennio 2004-2014 è previsto uno spostamento annuale di circa 350mila persone da questi ultimi Paesi verso gli altri quindici. “E’ compito dei governi nazionali e della Ue afferma la Caritas informare i cittadini sulle conseguenze dell’allargamento, per evitarne, da un lato, una strumentalizzazione demagogica da parte di politici privi di scrupoli, e prevenire, dall’altro, aspettative sproporzionate”. Essenziali, inoltre, “un’articolata strategia di protezione sociale che garantisca a tutti i residenti nella Ue l’accesso ai servizi sociosanitari, percorsi di istruzione e formazione per favorire l’integrazione, e serie politiche di investimento per creare reali opportunità di impiego”.
Occupazione. Nel 2001 la percentuale di disoccupazione nell’Ue era pari al 7,4%, con le punte più alte in Spagna, Grecia a Italia. Molto più elevata la disoccupazione nell’Europa dell’Est nel 2002: in Bulgaria il 19,9%, in Slovacchia il 19,4%, in Polonia il 18,4%. Paesi in cui la povertà è in continuo aumento, in particolare nelle comunità rurali dove non di rado la disoccupazione sfiora il 95%. Gli immigrati regolari provenienti da questi Paesi costituiscono oggi l’1,2% della forza-lavoro in Austria e lo 0,4% in Germania. Per una crescita sostenibile dell’Ue, le previsioni indicano la necessità di oltre 550mila lavoratori in più ogni anno fino al 2010. Di qui la necessità, secondo Caritas Europa, di “promuovere il lavoro legale, agevolare l’integrazione dei lavoratori immigrati, allargare i diritti di cittadinanza ai residenti di lungo periodo, favorire la riunificazione familiare”.
Volontariato sociale e no profit. Le Ong e le associazioni di volontariato e no profit forniscono qualificati servizi di assistenza sociale a basso costo, soprattutto dopo le privatizzazioni e i tagli di spesa in ambito sociosanitario registrati in molti Paesi, e rinforzano i legami tra le persone combattendo esclusione e povertà, sono un ponte tra società e istituzioni. Costituiscono inoltre significative opportunità di formazione professionale e impiego, in particolare nell’area sanità. “Partner ideali dei ‘Servizi europei di interesse generale’ sostiene Caritas Europa tali organizzazioni debbono ottenere un adeguato riconoscimento dall’Ue ed un maggiore accesso ai fondi strutturali nazionali ed europei. In un quadro più generale, le procedure d’appalto devono tenere conto della qualità dei servizi offerti per garantire anche ai più vulnerabili un’adeguata protezione sociale”.