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Dal 30 giugno al 7 luglio il congresso ” “pastorale mondiale dei nomadi” “” “
“L’Europa deve imparare la convivenza, la pazienza e il rispetto di tutti i diversi: gli zingari vivono con noi già da mille anni ma sono sempre i più dimenticati”. E’ l’invito di mons. Szilard Keresztes , vescovo greco-cattolico di Hajdùdorog (Ungheria), che accoglierà a Budapest dal 30 giugno al 7 luglio i 150 delegati del 5° Congresso mondiale di pastorale per i nomadi sul tema “Chiesa e zingari, per una spiritualità di comunione” (cfr. SirEuropa 43/2003 e 39/2002 ). La vasta presenza di zingari (dai 400.000 ai 700.000) in Ungheria ha portato all’organizzazione di vere e proprie comunità parrocchiali gestite in maniera autonoma, che celebrano in entrambi i riti (latino e greco-cattolico). A mons. Keresztes abbiamo rivolto alcune domande.
L’Ungheria si prepara ad accogliere il convegno mondiale. Cosa significa per la vostra Chiesa?
“E’ il primo congresso mondiale di pastorale per i nomadi che si svolge fuori dal Vaticano. Ho fatto questa proposta perché da noi ci sono molti zingari. Vivono in abitazioni però con il senso del movimento che è loro tipico. Per loro abbiamo una pastorale abbastanza estesa e risultati rispettabili. Sono tante le comunità con una propria chiesa, scuole, strutture. Questo tipo di pastorale è molto difficile. Bisogna incoraggiare la gente, dare il senso del lavoro, convincere i vescovi e i sacerdoti ad assumere questo incarico. Per l’intera Chiesa ungherese sarà una spinta verso il riconoscimento di questa pastorale. C’è già un grande interesse per questo evento. Il 22 giugno la Conferenza episcopale ha chiesto un giorno di preghiera per gli zingari in tutte le chiese. Abbiamo mandato ad ogni parrocchia una preghiera comune e una lettera di esortazione”.
Il Rapporto Amnesty 2002 denuncia episodi di maltrattamento nei confronti dei nomadi in alcuni Paesi dell’Est. E in Ungheria?
“Nella stampa internazionale a volte si parla di situazioni di questo tipo, ma non è sempre vero. In Slovacchia e Romania a volte è capitato perché lì la situazione degli zingari è più difficile. Vorrei che si conoscessero gli sforzi e la presa di posizione della Chiesa e dello Stato ungherese. Tra la popolazione e gli zingari vi sono sospetti e pregiudizi reciproci, il lavoro consiste nel vincere questi sospetti”.
Come si caratterizza la pastorale per gli zingari nel vostro Paese?
“A differenza degli altri Paesi, sia nel rito bizantino, sia nel rito cattolico, non abbiamo operatori pastorali per gli zingari, perché sono dispersi in tutte le parrocchie. Quindi rientrano nella pastorale ordinaria. Questo perché, durante il regime comunista, sono stati obbligati ad avere una residenza fissa: un fatto che ha avuto ripercussioni positive, perché non sono più nomadi, ma anche conseguenze negative perché eseguito con la forza”.
Quali sono i problemi sociali più gravi?
“Non vogliono più la vita nomade ma una vita più tranquilla, economicamente più serena, con meno pregiudizi. Durante il comunismo ognuno doveva avere una occupazione, oggi invece la disoccupazione è molto alta, non c’è più lavoro nell’edilizia, nell’agricoltura, nelle miniere. Vengono richieste loro delle qualifiche, ma pochi sono in grado di riuscire ad ottenere un impiego serio”.
Cosa significa, per un vescovo, stare a contatto con gli zingari?
“Mi occupo di loro da 15 anni. Il confronto con loro mi dà pazienza, carità e umiltà. Pazienza per poter capire il loro modo di pensare e di vivere, perché non dobbiamo cambiarli ma cristianizzarli così come sono. Quindi umiltà nel non voler imporre il nostro stile di lavoro. Ma soprattutto serve la carità perché se sentono che qualcuno li ama è tutto risolto. La chiesa bizantina è fortunata perché la nostra liturgia è interamente cantata, e questo piace molto agli zingari: quando aggiungono la loro musica diventa una liturgia speciale. Durante il convegno, il 6 luglio, ci sarà una liturgia bizantina cantata dagli zingari con 20 chierichetti che danzeranno in processione”.