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Jean Vanier: "non è sufficiente ” “offrire belle conferenze…"” “
“Il pericolo è di rimanere al livello della testa, e tutto il mistero consiste nel mettere la testa nel cuore e il cuore nella testa. Non è sufficiente offrire delle belle conferenze, tanto sapienti da risultare accessibili. Occorre avere un’intelligenza che arriva all’altro. Comunicare significa trasmettere un messaggio”. Inizia così, nell’Anno europeo del disabile, l’intervista del Sir con Jean Vanier. Nato in Canada nel 1928, già ufficiale della Reale Marina Canadese da cui si dimette nel 1950, e fondatore in Francia nel 1964 dell’Arca, comunità che in 103 Paesi del mondo accoglie persone con disabilità mentale. Lei ricorre spesso alla parola “tenerezza”. Cosa intende esattamente? “La tenerezza è una qualità dell’ascolto. È una qualità materna, come una mamma che porta il proprio bambino tra le braccia: con questo gli rivela che è importante e gli trasmette sicurezza. È esattamente ciò di cui hanno bisogno le persone deboli: essere portate, rassicurate e persino ammirate, per aiutarle a crescere”. La sofferenza non si spiega, neppure la si può ignorare, si può soltanto riempirla della presenza di Dio. Condivide questa affermazione? “È tutto il mistero della croce di Gesù che suscita la nostra compassione. Ci sono due forme di compassione: innanzitutto, attraverso la competenza, lottando il più possibile contro ogni forma di sofferenza; ma quando tutto è stato tentato e la persona è moribonda o nel caso di una mamma che ha perduto il proprio figlio, ciò che serve è una compassione di presenza, vicinanza, assistenza. Davanti all’angoscia di una persona, le medicine sono necessarie per tranquillizzarla, ma ancor più importante è l’amicizia”. La comunità cristiana di oggi ha trovato un linguaggio per comunicare con le persone disabili? “Esistono delle parrocchie che sanno accogliere molto bene le persone portatrici di un handicap mentale. La comunicazione è innanzitutto una questione d’ascolto e di comprensione del linguaggio dell’altro. Quando l’espressione verbale risulta difficile per qualcuno, occorre comprendere il linguaggio dei suoi gesti, il suo sguardo, le espressioni del volto. Se il Verbo si è fatto carne, la carne deve farsi parola. In molte comunità, si comprende che la parola non basta e che deve essere accompagnata da gesti: mimare una parabola evangelica, per esempio”. Ciò significa che i disabili hanno un messaggio, una missione profetica da compiere… “Certamente! Ci insegnano ad ascoltare e a comunicare nel contesto di una relazione. Molto spesso, questa relazione non esiste perché presuppone un impegno che fa paura. La relazione con una persona con disabilità può portare molto lontano! Spesso noi ci proteggiamo da ogni forma di povertà, dalle persone che portano un handicap, che sono colpite da una malattia mentale o dal morbo di Alzheimer. Diventare l’amico di una persona esclusa è una grazia e un atto esigente. È un appello ad impegnarci”. Quali sono le sue aspettative per l’anno europeo dedicato alla disabilità? “Viviamo in una società basata sulla competizione ed sull’efficienza. Sarebbe ingenuo credere al cambiamento di mentalità. Quello che bisogna sperare è che emergano comunità sempre più numerose per accogliere le persone fragili. Sono colpito dal crescente numero delle persone affette da qualche malattia mentale, talvolta superficiale, ma che le rende inabili all’esercizio di un mestiere. Si tratta di un problema enorme, perché gli ospedali chiudono, gli psichiatri sono sempre più rari e i luoghi d’accoglienza scarseggiano. Io però incontro spesso persone che mi confidano che vengono accolte regolarmente in una comunità o che incontrano un sacerdote ogni quindici giorni. È magnifico!