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Le ferite dei Rom” “

I nomadi alla XII assemblea Kek/Cec” “

Mentre è in corso a Budapest (30 giugno-7 luglio) il 5° Congresso mondiale di pastorale per i nomadi su “Chiesa e zingari, per una spiritualità di comunione” (cfr. SirEuropa nn.39,43 e 47/2003), presentiamo alcuni “pensieri” e notizie relativi all’universo dei nomadi in Europa. La guarigione della memoria: i Rom e le Chiese del Nord” è stato il tema di un incontro che si è svolto nell’ambito della 12° Assemblea della Kek, la Conferenza delle Chiese europee, che si è chiusa il 2 luglio a Trondheim, in Norvegia (vedi pag. 2-3-4). “I Rom – è stato detto nell’incontro coordinato da Doris Peschke, della Commissione Kek presso i Migranti in Europa (Ceme)- sono stati emarginati, obbligati a lasciare la loro identità e cultura. Le loro donne sono state sterilizzate, i bambini tolti, senza dimenticare le migliaia massacrati nei campi di concentramento. Azioni davanti alle quali le Chiese sono rimaste in silenzio e qualche volta anche partecipato.” Per rimediare a tutto ciò è stato, “anche se tardivamente”, intrapreso un processo di “riconciliazione specialmente da parte dei Governi e delle Chiese del Nord Europa, lavorando sui diritti umani ed inserendo la cultura Rom anche nelle liturgie”. Dal canto loro anche i Rom sono impegnati in questo processo, come hanno affermato i loro rappresentanti in una Dichiarazione presentata all’incontro. “Il processo di riconciliazione non è facile – si legge nel testo – e richiede pazienza e rispetto. Il ricordo del passato, le sofferenza patite e l’abbattimento dei pregiudizi sono importanti per potere vivere insieme, senza barriere”. Il documento, infine, fa appello alle Chiese perché si impegnino ad eliminare “le differenze nell’istruzione, nella sanità e nella vita sociale” ed auspica “la creazione di un istituto teologico per i Rom oppure la loro integrazione negli istituti esistenti”. “I gitani sono un popolo molto religioso che ha bisogno di essere compreso”, afferma don Ignasi Marquès, direttore del Secretariato di pastorale gitana dell’arcidiocesi di Barcellona, tra i delegati spagnoli al congresso di Budapest. In Spagna i gitani (gitanos) sono circa 600.000 e vivono soprattutto in Catalogna, Castiglia, Galizia, Andalusia e Extremadura. “Ma oggi anche tra loro – racconta – è in corso una crisi, soprattutto tra i giovani, che hanno un po’ perso i valori dei loro genitori, rimanendo così senza radici per far fronte alla tentazione materialista della società”. Sul loro modo di vivere la fede don Marquès osserva che “è sbagliato proporre una fede troppo intellettuale; essi hanno bisogno di incarnare ed esprimere la loro religiosità con gesti simbolici. Sono quasi tutti sedentarizzati – spiega -, perché durante il regime di Franco è stato proibita la vita nomade che portano nel sangue”. Secondo Marquès “la società spagnola non influisce positivamente sui gitani” che spesso “cadono nella trappola materialista, perdendo di vista gli aspetti essenziali della propria identità: il rispetto per gli anziani, i bambini, la famiglia e il clan, la gioia di vivere in pace”. A livello pastorale, invece, “il problema maggiore è la scarsità di sacerdoti, religiosi e religiose che si dedicano ai fratelli gitani. Ma stiamo cercando di far crescere il numero di operatori pastorali laici gitani che operano nelle parrocchie”. “Gens cingara”, segnati dal marchio infamante della cacciata dall’Eden e costretti al pellegrinaggio senza sosta: così sono stati considerati per secoli gli zingari. E’ intitolata invece “Il figlio di Abele – 1565/1665 – cento anni di storia zingara in Italia tra Stato e Chiesa”, la ricerca a cura di Paolo Carlo Stasolla pubblicata nel Quaderno n.42 della Fondazione Migrantes (organismo della Conferenza episcopale italiana), che getta nuova luce su quanti hanno cercato l’incontro con la gens cingara con un anticipo di circa due secoli dell’impegno missionario della Chiesa verso i nomadi fissato dagli storici intorno al 1700. La ricerca dà testimonianza di alcuni approcci pastorali come quello di padre Brancaccio, gesuita, che nel Viceregno di Napoli si occupa, a partire dal 1627, della dimensione sociale e politica degli zingari napoletani convincendoli, tra l’altro, a nominare un proprio rappresentante, e assegnando loro un cognome.