editoriale" "

Uno spazio da costruire” “

Ai più anziani forse sarà venuto in mente Winston Churchill, che a metà del secolo scorso sintetizzava le differenze tra Italia e Gran Bretagna nelle qualità, specularmente opposte, rispettivamente dei governanti e del popolo. Il putiferio che, il 2 luglio, ha segnato nell’Europarlamento l’avvio della presidenza di turno italiana ha comunque confermato alcuni dati sui quali riflettere. Il primo è che esiste un’agenda delle politiche europee condivisa: l’ottimo discorso scritto del presidente del Consiglio italiano ha avuto infatti ampi consensi. E’ sbagliato enfatizzare le presidenze di turno: l’Unione è una istituzione complessa, che procede secondo ritmi consolidati: le diverse presidenze dovrebbero caratterizzarsi appunto per la capacità di azione e di indirizzo sulle priorità via via in agenda. Questa non cambia, tra la presidenza italiana, quella greca che l’ha preceduta e quella irlandese che la segue: trattato costituzionale, sviluppo delle relazioni con gli Usa per la pace, politiche sociali, di bilancio e di sostegno allo sviluppo in una congiuntura economica depressa (cfr Sir n.43). Il secondo è che non esiste ancora uno spazio politico europeo, come dimostrano gli argomenti utilizzati nel vivacissimo fuoco di sbarramento preventivo contro la presidenza di turno italiana e la dinamica della seduta inaugurale, con le manifestazioni anti-Berlusconi e la replica dello stesso. L’assenza di uno spazio politico europeo, che forse sconta la difficoltà progressiva degli spazi politici nazionali, finisce col lasciare spazio a personalismi, antiche rivalità o stereotipi tra stati. Il terzo dato su cui lo spettacolo triste e stupefacente di Strasburgo invita a riflettere è relativo a quelle forme di politica-spettacolo o di politica “diretta” che hanno caratterizzato la fine del secolo scorso, mettendo in discussione le tradizionali forme di espressione e di mediazione politica tipiche dell’Europa dei decenni successivi la seconda guerra mondiale. Lungi dallo stimolare l’attenzione e la partecipazione dei cittadini, sembrano purtroppo invece instillare forme subdole di violenza, non certo positive per lo sviluppo del tessuto della democrazia. Fortunatamente emerge però nello stesso tempo sempre più chiaramente l’inanità dei radicalismi, comunque connotati. Non esistono scorciatoie più o meno seducenti al paziente lavoro per costruire consenso e risolvere i problemi. Ci vuole pazienza, abilità tecnica, professionalità, capacità di ascolto, di sintesi e di decisione. In questo senso politica europea e politica interna sono sempre più vicine. Così è utile che, mentre le forze politiche sono alle prese con una verifica delicata, l’opinione pubblica si interroghi sulla qualità del dibattito politico e tutti gli attori sociali si diano da fare concretamente per migliorarla.