editoriale" "
La tregua annunciata da Hamas – pur nella sua fragilità – ed il contemporaneo ritiro di Israele da parte dei territori occupati consentono di continuare a sperare in una svolta del processo di pace in Medio Oriente e in un tentativo di applicazione della “road map”, piano di pace elaborato, come noto, da Onu, Stati Uniti, Unione europea e Russia. La presidenza Ue ha intanto lanciato la proposta di una Conferenza di pace da tenersi in autunno, mentre la destra israeliana accusa l’Europa di essere sbilanciata a favore della Palestina. Sulla questione interviene Simon Petermann, preside del Dipartimento di scienze politiche della Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Liegi, consigliere speciale per il Medio Oriente dell’Istituto Reale per le relazioni internazionali del Belgio nonche’ Inviato del Consiglio d’Europa per il Vicino e Medio Oriente. Nella assai complessa situazione in cui si trova il Medio Oriente la posizione dell’Unione europea, contrariamente a qualche critica interessata, è di grande equilibrio, alla ricerca di una soluzione giusta per entrambe le parti. Alcuni Stati membri (Germania, Italia, Paesi Bassi, Danimarca, Regno Unito) hanno con Israele relazioni migliori rispetto ad altri, ma tutti operano per rilanciare il processo di pace. Non va dimenticato che ognuna delle parti in causa cerca di imporre la propria verità, e il ruolo degli attori esterni consiste nel proporre soluzioni ragionevoli e pragmatiche ad un conflitto che reca con sé una forte carica emotiva. La presidenza Ue ha proposto di organizzare in autunno una conferenza di pace, progetto già lanciato in precedenza da Italia, Francia e Spagna. La stessa “road map”, del resto, prevede due conferenze del genere. La prima, per lanciare il processo di transizione alla fine della seconda fase che deve condurre alla creazione di uno Stato palestinese dalle frontiere provvisorie; la seconda – successiva – per portare ad uno Stato palestinese le cui frontiere siano internazionalmente riconosciute. In questa fase tanto cruciale è giunto a conclusione il mandato del rappresentante speciale europeo per il processo di pace in Medio Oriente, l’ambasciatore Miguel Angel Moratinos che nel corso degli ultimi sette anni ha compiuto un lavoro davvero eccellente, ancorché l’Unione europea continui a mantenere un ruolo non di primo piano nella questione mediorientale. La partecipazione stessa dell’Ue al Quartetto (formato anche da Usa, Russia e Onu, ndr.) rimane secondaria: è chiaro, infatti, come siano gli Stati Uniti a condurre la danza nella regione. Del resto, occorre realisticamente prendere atto che né gli americani, né gli israeliani auspicano per l’Unione un ruolo di attore globale sulla scena mediorientale. Attualmente, il rispetto totale o parziale della tregua consente di sperare nel primo passo dell’applicazione della “road map”; conviene tuttavia essere prudenti perché un attentato estremista può rimettere tutto in causa. Se la tregua si prolunga, il premier palestinese Mahmoud Abbas (più noto come Abu Mazen) – che al presente non gode di credibilità agli occhi della sua gente – ne guadagnerebbe in popolarità. Più in generale tuttavia, oltre a seguire le indicazioni del piano di pace, occorre ristabilire un clima di fiducia tra i belligeranti. Il fatto che Sharon abbia a più riprese incontrato Mahmoud Abbas appare promettente; i responsabili si parlano, e ciò è senz’altro un bene. Senza alcun dubbio l’Ue cercherà di allargare questo spiraglio di pace Simon Petermann Inviato del Consiglio d’Europa per il Vicino e Medio Oriente