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Risorsa, non rivendicazione

Domenica dopo domenica, in questa estate torrida ovunque, il Papa ha sgranato un appassionato discorso all’Europa riunificata. Per Giovanni Paolo II il nuovo trattato costituzionale è un segno di riunificazione. E’ dunque un passaggio storico significativo, un momento di verifica e di rilancio. E l’ultimo protagonista di questa riunificazione non può tacere. Sente di dover scommettere, di dover mettersi in gioco. Non si tratta, ripete Giovanni Paolo II, semplicemente di “aspetti geografici ed economici”. La riunificazione “deve tradursi in una rinnovata concordia di valori da esprimere nel diritto e nella vita”. Il filo del ragionamento corre sullo schema della dottrina sociale: un buon ordinamento della società deve radicarsi in autentici valori etici e civili, il più possibile condivisi dai cittadini. Il Vangelo oggi come ieri è una inesauribile fonte di spiritualità e di fraternità. Cosicché “il prenderne atto torna a vantaggio di tutti e il riconoscere esplicitamente nel Trattato le radici cristiane dell’Europa diventa per il Continente la principale garanzia di futuro”, garanzia di ulteriore dinamismo. I numeri sembrano lasciare poco margine, a poche settimane dall’apertura a Roma della Conferenza intergovernativa che dovrebbe varare il testo del Trattato costituzionale. Sembrano pochi i governi disposti a sostenere il riferimento alle radici cristiane in un documento che si vuole invece “laico”. Eppure proprio qui sta il punto, che rende la proposta del Papa una grande apertura al futuro. Giovanni Paolo II non rivendica nulla, nè guarda indietro, ad una possibile restaurazione. Guarda invece alle grandi sfide ed alle grandi prospettive per una Europa riunificata in un mondo sempre più globale, ma anche sempre più conflittuale. Le “radici cristiane” insomma non sono una rivendicazione, ma una risorsa, un punto di riferimento, di cui l’Europa ha grande bisogno, come comunità politica, ma anche come comunità di civiltà, per articolare le proprie diversità e ritrovare uno slancio che sembra appannato, in un quadro di valori e di principi, non astratti, ma concretamente incarnati. Questo significa quell’immagine di una “sinfonia di nazioni” con cui, affidando nuovamente tutti gli uomini e tutte le donne del continente a Maria, il Papa ha concluso a fine agosto il suo discorso all’Europa. Non sono mancati gli accenti preoccupati nelle parole del Papa, come quella constatazione un po’ amara, quando ha detto che “la cultura europea dà l’impressione di un'”apostasia silenziosa da parte dell’uomo sazio”. Già: per il Papa rivendicare con passione le radici cristiane dell’Europa in questo modo aperto e dinamico significa porre un elemento permanente di riflessione sul futuro dell’Europa, al di là della lettera del Trattato costituzionale, ma significa prima di tutto rilanciare la questione della qualità della presenza e della testimonianza dei cristiani. Per i credenti si impone dunque una verifica, un “rinnovato impegno di fronte alle sfide della secolarizzazione”. Cominciando da un piccolo segno: il senso cristiano della Domenica e da una grande sfida: “ridare ai poveri la speranza”. Perché qui si misura la vera politica, quella di cui c’è ora grande bisogno e che l’occasione del Trattato costituzionale potrebbe rilanciare.