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La visita del primate anglicano Rowan Williams al Papa” “” “
Non è la prima volta che un primate anglicano si reca in visita di cortesia dal Papa. Si può dire che si è configurata una specie di tradizione di scambi, di contatti, anche per la preminente figura dell’arcivescovo di Canterbury, che, pur non essendo il “Papa degli anglicani”, non avendo un vero primato di giurisdizione, riveste tuttavia un ruolo di rappresentanza più evidente di qualsiasi altro leader delle confessioni cristiane sorte nel secolo XVI. Il precedente incontro che è rimasto nella memoria di tutti è quello avvenuto all’apertura della porta santa della basilica di San Paolo fuori le mura di Roma in occasione del Giubileo 2000. Quello fu non solo uno scambio di saluti, ma la partecipazione ad un rito storico appartenente alla lunga tradizione della Chiesa occidentale. C’è nelle pieghe della Comunione anglicana un’anima “cattolica”, se non altro per quei riti romani che suscitano in molti attrazione e nostalgia. Questa visita dell’arcivescovo di Canterbury, eletto nel luglio scorso, assume un rilevante significato ecumenico in quanto ribadisce al più alto livello la volontà di continuare il dialogo tra le due Chiese nonostante le conosciute difficoltà che si trascinano dalla storia passata, ma anche per quelle sopravvenute in campo etico ed ecclesiastico nei nostri tempi, quali il sacerdozio ministeriale conferito alla donne, l’ordinazione di pastori omosessuali dichiarati, il cedimento a pratiche controverse legate alla sfera della bioetica e della sessualità. L’arcivescovo Williams si trova a condurre un’azione di guida pastorale, nei limiti che gli sono consentiti, per evitare fratture e minacce di scisma all’interno della Comunione anglicana nella quale si agitano forti tensioni e dissensi proprio sulle suddette questioni, che pongono serie difficoltà anche in campo ecumenico in quanto – come ha affermato nel suo discorso di saluto al Papa – “non sono di natura solo disciplinare, ma si estendono anche essenziali materie di fede e di morale”. Alla luce di ciò, ha affermato l’arcivescovo “dobbiamo riaffermare il nostro obbligo di ascoltare attentamente e onestamente la voce di Cristo, come ci giunge attraverso il Vangelo e la tradizione apostolica della Chiesa”. Parole semplici e chiare che riaffermano l’impegno pastorale ed ecumenico nella sua originaria fonte, la sua ispirazione fondante. Giovanni Paolo II ha ripercorso, con una nota appena sfumata di rimpianto, la storia promettente delle tappe degli incontri e dei dialoghi tra cattolici ed anglicani, che sono stati tra i primi dopo il Concilio Vaticano II e ha ricordato l’avvio del dialogo teologico promosso da Paolo VI e l’arcivescovo Ramsey, i quali – ha detto il Papa – “non potevano conoscere il percorso esatto o la lunghezza del cammino verso la piena comunione, ma sapevano che sarebbero occorse pazienza e perseveranza e che essa sarebbe giunta solo come dono dello Spirito Santo”. È nel comune impegno di continuare “con pazienza e perseveranza” e con la preghiera insistente allo Spirito Santo che consiste il significato spirituale e teologico profondo di questa visita suggellata con il gesto affettuoso del bacio fraterno che i due uomini di Dio si sono sinceramente scambiato.