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La verità ferita” “

Guerra irachena: l’informazione come arma. ” “Lo afferma un gruppo ecumenico di esperti europei (Signis) ” “” “

“Tra le numerose vittime di una guerra ne esiste una di cui non ci si preoccupa abbastanza: la verità. Le sue ferite non guariscono rapidamente a causa della disinformazione, della propaganda, delle manipolazioni volontarie che segnano la fiducia tra pubblico e media”. Si legge così nell’ultimo numero di “Signis Media”, il bimestrale di Signis, l’Associazione cattolica per la comunicazione, presente in 140 Paesi, che contiene l’articolo “La verità ferita” dove si affronta il tema dell’informazione relativa alla guerra in Iraq. Presentiamo una sintesi del testo redatto dal Gruppo ecumenico “Media, cultura e società” di Signis. Le immagini della guerra. “Le immagini dall’Iraq sono state unilaterali. Ogni fazione – si legge nell’articolo – ha mostrato solo quelle che sostenevano le proprie posizioni. Anche i media sono diventati un arsenale di guerra”. Non si è trattato di ‘propaganda’ ma di “utilizzare i media perché l’opinione pubblica sostenesse gli scopi stabiliti dal potere politico e per destabilizzare l’avversario. Mentre da parte irachena si sono viste le caricature del Ministro della informazione, da parte americana i giornalisti sono stati invitati ad unirsi alle truppe della coalizione per seguirle nelle azioni di guerra. Molti cronisti hanno perso così la posizione di osservatori indipendenti per adottare il punto di vista di coloro che accompagnavano”. Tuttavia questa unilateralità di immagini, fa notare l’articolo, “non riguarda solo i giornalisti o i media ma è anche la conseguenza di una certa richiesta dell’opinione pubblica che ha ricercato nei media la conferma ‘a priori’ delle proprie opinioni a favore o contro la guerra”. La voce delle Chiese. Dinanzi a tale situazione si è levata la voce delle Chiese: “la guerra è l’ultimo mezzo da utilizzare per risolvere i conflitti ed eliminare l’ingiustizia”. Ma c’è un altro fattore che ha ispirato la posizione delle Chiese: “se gli attacchi dell’11 settembre 2001 sono stati condotti in nome di Dio, se Saddam Hussein ha utilizzato senza vergogna il fattore religioso islamico, bisognava ancora di più che le Chiese prendessero le distanze dal presidente Usa, G.W. Bush, che ha invocato il Dio cristiano alla riscossa proclamando niente di meno che la ‘crociata’. No. La guerra in Iraq non è una guerra di religione e le chiese cristiane hanno rifiutato chiaramente tanto la guerra quanto qualsiasi giustificazione religiosa”. Media cristiani al servizio della pace. “Una pace fondata sulla menzogna e sulla disinformazione è costruita sulla sabbia. Una pace durevole poggia sulla roccia della giustizia, della solidarietà, della libertà e soprattutto sulla verità, come afferma la ‘Pacem in terris'”. Ecco allora che i media cristiani sono chiamati a far conoscere “le numerose esperienze positive che contribuiscono alla costruzione della pace e che interessano l’opinione pubblica”, e a “prendere l’iniziativa nelle trasmissioni per favorire la diffusione della non-violenza, spesso attualmente ignorata”. Altro impegno dei media e dei giornalisti cristiani è quello di “riflettere sulle condizioni della verità in un contesto di guerra”. Come creare, allora, le condizioni affinché la verità sia rispettata sia nell’informazione che nei mezzi audiovisivi? “Nel campo radiofonico si è costatato come un’informazione equilibrata, veramente internazionale, può rendere un servizio essenziale alla pace”. C’è, infine, un altro campo di impegno per i media cristiani: “dare spazio al punto di vista degli altri e non solo in tempo di guerra. È un’azione che necessita di una pedagogia appropriata per suscitare nel pubblico la curiosità e l’attenzione per ‘l’altro’. I media, in questo, possono dare un grande contributo alla pace”.