“La via più breve per arrivare alla pace in Iraq passa per Gerusalemme” e “le Chiese devono impegnarsi per i palestinesi come hanno fatto per l’Africa del Sud”. Lo ha dichiarato nei giorni scorsi il vescovo anglicano di Gerusalemme, Riah Abu El-Assal ricordando che dall’inizio dell’Intifada sono morti più di 800 israeliani ed oltre 2400 palestinesi. Esprimendo forti riserve sulla Road map, Nora Kort, rappresentante del Fondo ortodosso per l’aiuto internazionale, la ha definita “un percorso che conduce al disastro perché non risolve correttamente i problemi della comunità palestinese”. A dispetto dei traguardi raggiunti, tra i quali “un cessate-il-fuoco osservato per diverse settimane prima del ritorno alla violenza, sul terreno la gente non constata alcun cambiamento” ha precisato Ramzi Zananiri, direttore esecutivo del Comitato cristiano internazionale, un servizio del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente. “Ne abbiamo abbastanza di dichiarazioni. Vogliamo vedere qualcosa di concreto”, ha ribadito il vescovo Riah, esprimendo tuttavia soddisfazione per l’azione del programma ecumenico di accompagnamento in Palestina e Israele (Eappi) lanciato dal Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) con il sostegno dell’ Azione comune delle Chiese (Act), una rete internazionale di organizzazioni cristiane di mutua assistenza che ha creato posti di lavoro e sta distribuendo cure mediche nei territori palestinesi.