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Perché viva la fiducia” “

Le tensioni responsabili del grave fallimento del vertice di Bruxelles non toccano e non riguardano aspetti di fondamentale importanza, anzi il nocciolo della questione è quello di riuscire ad avere un po’ più o un po’ meno peso rispetto agli altri nelle istituzioni future dell’Unione europea, e tutto ciò a scapito del buon funzionamento delle istituzioni stesse. Ma ancor più grave è quello che queste tensioni rivelano: una mancanza di fiducia degli uni nei confronti degli altri ed un timore recondito di perdere parte della propria libertà. I governanti di cinquanta anni fa avevano una vera e propria visione, erano “statisti” nel vero senso del termine. È pur vero che, al termine di due guerre mondiali – ed invero prima di tutto europee – gli ambienti politici così come molti cittadini erano fin troppo consapevoli dell’urgenza di costruire una pace che fosse duratura. Ma questa urgenza è forse minore oggi ? Chi è che non vede il crescere delle tensioni internazionali, interetniche, interreligiose ? In un mondo ormai aperto, globalizzato, le reazioni di individualismo e di affermazione e difesa della propria identità pongono in modo acuto il problema della “coesistenza tra diversi”. Fintantoché la presenza dell'”altro” tra noi non metteva in discussione la coerenza culturale e religiosa di un territorio, gli atteggiamenti di xenofobia erano in generale anch’essi episodi circoscritti ad una minoranza. Oggi sono gli estremisti a far sentire la loro voce più forte di ogni altra, spesso anche all’interno delle religioni monoteistiche, contrariamente al messaggio di fratellanza universale che dovrebbe caratterizzarle. Orbene, riunire i popoli d’Europa nella fiducia reciproca significa procedere nel solco di ciò che cerchiamo di promuovere per tutta l’umanità, in nome dei valori che ci appartengono. Ma la fiducia non si impone per decreto, nasce dall’esperienza, e va anche alimentata senza soluzione di continuità. Essa è, tra l’altro, una questione di comunicazione, di convinzione, di volontà. Una questione di comunicazione: e per ciò stesso di responsabilità dei mass media. In seno all’Europa, non ci conosciamo abbastanza da poterci dare fiducia reciproca. Per cambiare questo stato di cose, non basta diffondere qualche informazione sui nuovi Paesi membri. È su base giornaliera che i media dovrebbero farci ascoltare e soprattutto comprendere la vita, la cultura, le ricchezze di coloro a cui uniamo il nostro destino. Sulle grandi tematiche comuni, dovremmo conoscere regolarmente quello che pensano i nostri vicini, e capire più a fondo le loro posizioni conoscendone la storia, la mentalità e la situazione attuale. Eppure esistono grandi gruppi europei di comunicazione! Una questione di convinzione: ci si aspetta innanzitutto da coloro che professano di “non amare solo quelli che li amano”, e di “non parlare solo a chi è simile a loro”, che mettano effettivamente in pratica le proprie convinzioni. A cosa servirà un riferimento esplicito ai valori cristiani, se i cristiani stessi non ne sono i testimoni attivi? Ne va della credibilità della nostra fede. In ogni caso, non basta che i responsabili delle Chiese dell’Europa occidentale e dell’Europa centrale si consultino e agiscano di concerto. Una questione, infine, di volontà politica: è in base alla loro lungimiranza, al loro coraggio e al loro vero senso politico che si potranno giudicare i responsabili politici di oggi. Quanto saranno capaci di convincere i loro colleghi degli altri Paesi europei, e ancor più, i loro concittadini della logica e del senso di una vera solidarietà europea? Avranno la stessa ampiezza di visione e la stessa forza morale dei loro predecessori che, consapevoli delle proprie responsabilità, hanno saputo fare Storia?